La camelia della libertà (traversata della bassa Val Grande)

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C’è una camelia al Corte di Velina Baserga, una camelia che ha una precisa data di nascita: 25 aprile 1945. La volle Paolo Bariatti, che allora caricava l’alpe, per festeggiare la fine della guerra e, ogni anno, fiorisce rigogliosa a rinnovare il suo canto di libertà e di vita. Faccio in tempo a fotografarne gli ultimi fiori, in una giornata di fine aprile decisamente troppo calda, dopo circa due ore di cammino dal piccolo abitato di Bignugno.

Siamo in Val Grande, provincia di Verbania, quella che tutte le guide definiscono come “la più grande area di Wilderness europea” e l’escursione ai tre corti di Velina – Curt fund (660 m), Curt mezz (788) m e Curt dzura (834 m). – è una classica di queste parti.

La Val Grande è di una bellezza spettinata e senza trucco. Delle antiche mulattiere, rimangono spesso solo tracce di sentiero e, dopo decenni operosi di tagli, il bosco ha ripreso selvaggio il sopravvento. Dimenticate la montagna edulcorata dei dépliant, dimenticate il locus amoenus di tanta letteratura:in questa escursione non ci sono grandi panorami da ammirare né cime da raggiungere ma ogni albero, ogni muro a secco dà voce a un tempo perduto, che ancora ci attira come un canto di sirena.

“Oggi” scriveva Nino Chiovini, che della Val Grande è la voce narrante “ciò che rimane dei corti di Velina sta lentamente – più lentamente di una nave che affonda ma inesorabilmente – scomparendo, inghiottito dal bosco spontaneo che ha invaso i già fiorenti prati e che un giorno sommergerà tutto, anche l’ultima casera”*. Credo che l’autore di queste righe sarebbe felice di vedere invece in questi stessi luoghi segni di vita nuova, come l’apertura del rifugio-bivacco Amici delle tre Veline, proprio dove cresce la camelia di Paolo Bariatti.

Non è un’escursione difficile, almeno nella prima parte. Da Bignugno si seguono le indicazioni per la cappella di Or Vergugn, dove anticamente si appendevano le croci per ogni defunto portato a valle. Si attraversano gli abitati abbandonati di Pezza Blena e Bettina, per proseguire lungo l’antica “strà di vacc” fino al ponte di Velina che, nel 1944, fu fatto saltare dai partigiani nel tentativo disperato di difendersi dal rastrellamento tedesco. Anche le baite furono messe a ferro e fuoco dai fascisti, ma tutto venne ricostruito subito dopo la fine del conflitto e i corti vennero caricati fino all’inizio degli anni 70.

Da Velina si imbocca il sentiero per Cicogna, la piccola capitale della Val Grande. Inizia qui la parte più impegnativa del percorso, con il guado del rio facilitato da una corda fissa e, subito dopo, alcuni tratti attrezzati con catene a cui è bene prestare attenzione. Si attraversa quel che resta degli alpeggi di Uccigiola, Crosane e Montuzzo, con le curiose architetture dei gabinetti circolari, i resti dei terrazzamenti che testimoniano un’economia agricola ormai scomparsa e il bellissimo torch del Runchett, che serviva alle famiglie degli alpeggi circostanti per la spremitura dell’uva.

Che cosa cerco, tra i cardini di una vecchia porta e le tracce di un sentiero che lotta per non perdersi del tutto? Di che cosa ci parlano, in fondo, le storie di chi ci ha preceduto? Qual è la memoria che reclamano? Continueremo a camminare in cerca di risposta o di altre domande. Continueremo a rovistare negli archivi della memori del tempo, perché come quella di Paolo Bariatti possano essere ancora raccontate. Continueremo a sentire i canti degli Arsunà, il loro eco risuonare tra una valle e l’altra.

Cicogna è a un’ora di cammino da qui, ma non c’è fretta di arrivare.

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