La Valle Antigorio e Le donne Lupo – Intervista a Laura Pariani.

Posted On aprile 30, 2015

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“Ci sono storie che, via via che gli anziani muoiono, si perdono finiscono accantonate come mobili vecchi per essere rimpiazzati da oggetti di plastica, uguali a tanti altri nel mondo. Ho voluto fare un tentativo di dare voce a queste storie, a queste donne, prima che loro memoria scompaia per sempre.”
Laura Pariani racconta così il suo romanzo “La valle delle donne lupo”, frutto di un lavoro di ricerca basato in buona parte sulle testimonianze orali di anziane donne della valle Antigorio in alto Piemonte.
«Vivere da morta. Patire da muta. Obbedire da cieca. Amare da vergine».
La legge della montagna è anche questa. In una società autoritaria e maschilista, il destino di una donna sembra essere scolpito in queste poche parole, pena l’esclusione da un mondo paradossalmente già ai margini.
Ma Fenisia, la protagonista de “La valle delle donne Lupo”, è diversa e ribelle. Vive di fianco al cimitero, fin da piccola gioca con le tombe e non si rassegna a un vita a testa bassa, a un padre violento, a un amore che non è suo. Ad accompagnare il suo dramma, il grande lavoro linguistico di Laura Pariani che dà nuova vita alla parlata del “paese piccolo” fondendo italiano e dialetto in maniera profondamente evocativa.
“Ho fatto questa ricerca verso la metà degli anni 70, quando ero molto giovane e avevo da poco finito l’università. Ho cominciato a frequentare la valle Antigorio d’estate, ed è diventato a poco a poco un posto che mi piaceva e che ho imparato a conoscere bene. Era un periodo in cui mi interessava molto la musica popolare e avevo in mente una ricerca sulla canzone narrativa piemontese e in particolare sulle quelle canzoni che avevano come argomento personaggi femminili. Ho cominciato a Premia, registrando e ascoltando la donna che mi affittava la baita; registravo le canzoni che le venivano in mente e le chiedevo di dirmi a quali storie si riferivano, chi gliele avesse insegnate, in quali occasioni venivano cantate. Dopodiché, siccome a quell’epoca camminavo molto, ho iniziato a salire agli alpeggi fermandomi anche qualche giorno. Andavo in giro con questo micro registratore a transistor come si usavano allora, ascoltavo e registravo: la ricerca è nata così”
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La montagna, in queste pagine, è soprattutto un luogo duro, che condanna gli uomini alla fatica e le donne al dolore, isolando senza proteggere. Ma il dolore non è privo di saggezza e la durezza della natura non è priva di conforto. Può essere l’amicizia di una cugina, il volo di un falchetto, l’allegria di un canto come “La cansun busiarda” che la protagonista cita a un certo punto del romanzo.
“In realtà, è una canzone legata al carnevale. Le canzoni hanno sempre un’occasione per essere cantate e questa mi ha sempre incuriosito perché rappresenta il mondo alla rovescia ed è probabilmente un canto antico e anche molto fantastico, mentre in genere le canzoni parlano di storie realistiche e, soprattutto quelle che parlano di donne, sono molto crude, mentre questa ha un’atmosfera sognante e per certi versi anche buffa”.
C’è una voce che risuona nelle orecchie di Fenisia e, insieme a lei, nelle orecchie di tutte le donne della valle. Insieme alla fatica, alle donne si chiedeva l’obbedienza: “Fai la brava, non fare la pazza”. Un invito a tacere, non uscire dai ranghi, a non alzare la voce. E’ stato difficile raccogliere le testimonianze di donne abituate al silenzio?
“Alla fine non è stato difficile perché c’erano molte donne anziane sole, che avevano voglia di parlare e di raccontare. Un primo momento di diffidenza iniziale era inevitabile, soprattutto quando mi vedevano con il registratore. Ma al secondo incontro, quando già mi conoscevano, era tutto più facile. E’ stato un avvicinamento molto lento ma io non avevo fretta e, anno dopo anno, la loro confidenza aumentava. Si è trattato di un lavoro che ha richiesto perseveranza e la motivazione sufficiente a non scoraggiarsi al primo rifiuto. Le persone anziane si sentivano un po’ intimidite, soprattutto per via del registratore e infatti alla fine non lo usavo più, perché era come se le persone si bloccassero in sua presenza. Cercavo di ricordare tutto quello che mi dicevano e di scrivere subito dopo l’intervista.
Infatti nel libro, nelle interviste a Fenisia ho conservato questo modo di lavorare perché la protagonista non parla mai in prima persona ma ricorre sempre “lei dice” o “la Fenisia riferisce” che è la formula che usavo per trascrivere le interviste e ho voluto conservarla, anche per ricordare una di queste donne che parlava di sé in terza persona, come a volte fanno i bambini.
Donne che si trasformano in animali, donne che la notte partecipano a incontri misteriosi con forze malefiche, donne capaci di guidare forze misteriose per guarire le persone. La valle Antigorio è storicamente un territorio di streghe e di caccia alle streghe. Il fatto che ci fosse la “stregheria” è una cosa che si sente sempre sottopelle in questa valle, perché certe credenze “magiche” persistono nel tempo, insieme alla fiducia che certi problemi vengano risolti per mezzo di un incantesimo, di una formula magica o di una persona capace di guidare certe forze in un senso piuttosto che nell’altro. D’altra parte, tutte le storie che si raccontano, che siano favole o storie fantastiche, non sono mai storie felici: si racconta di frane, fiumi in piena, ponti che crollano, situazioni di pericolo risolte da interventi di personaggi come la strega o il prete che agiscono in vario modo per salvare il pese, un campo, un prato, le bestie. C’è la storia della Vaina, per esempio, questa bambina che viene rifiutata dalla madre e buttata giù dalla montagna, e mentre cade si ode questo rumore di valanga che porta sventure; ci sono animali fantastici nascosti nelle grotte e c’è un immaginario fiabesco ricchissimo nella Valle Antigorio che merita di essere studiato. Negli anni 70 tutti raccontavano queste storie, e vorrei che restasse la memoria di queste donne. Donne che facevano la “fisica”, sanatrici, che hanno avuto una loro funzione importante all’interno della società alpina e che ora non ci sono più.”
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Eccole, le donne lupo. Donne temute, disprezzate ma anche ricercate per i loro presunti poteri. Donne capaci di non uniformarsi al sentire comune, donne solitarie o semplicemente sole.
“Il lupo è l’animale alpino per eccellenza e l’animale su cui si è detto il peggio possibile. I racconti con il lupo hanno terrorizzato generazioni di bambini, anche in luoghi in cui non c’erano lupi. E’ veramente un animale mitico, capace di tendere agguati e di mettere in pericolo la vita del debole anche se, in effetti, oggi il debole è proprio lui, nonostante persista nell’immaginario quest’idea di un animale che uccide per malvagità. La realtà della vita dei lupi racconta invece ben altre storie, ma io ho cercato di recuperare il valore che al lupo veniva attribuito nei tempi antichi in tutte le mitologie, a partire da quelle italiane in cui è una figura molto positiva e che incarna la fertilità. Questo retaggio, in parte è rimasto vivo nelle credenze della montagna, ma io ho voluto interrogarmi su come sia stato possibile passare dalle immagini del lupo e della lupa come rappresentative dell’intesa e della fertilità sessuale, a questa assolutamente negativa delle favole ottocentesche dei fratelli Grimm o di Perrault. Qui il lupo è decisamente malvagio e ha perso del tutto l’antico valore simbolico delle feste dell’antica Roma, i Lupercalia, dove i sacerdoti lupercali indossavano pelli di lupo e le donne aprivano le mani per farsele frustare in modo da acquisire la fertilità. Ecco, come si sia passati da un’immagine dove il lupo rappresenta la felicità e la fortuna per una donna a quella delle favole ottocentesche sarebbe un passaggio da studiare: nel libro ho voluto dare un’altra possibile immagine del lupo come amico e alleato della donna”.
Le donne lupo sono anche le donne sepolte nel “prato delle balenghe” di cui parla Fenisia, un cimitero sconsacrato ai margini del paese, un luogo da cui la protagonista è attratta fin da piccola, tra premonizione e destino.
“Mia nonna era della Val Seriana e, quando io ero piccola, raccontava la storia di questo cimitero sconsacrato, riservato alle donne che avevano commesso qualcosa che secondo la comunità era ritenuto un crimine. Le cause di colpevolezza erano molto varie, ma spesso avevano a che fare con la disobbedienza. Anche se non si può parlare di schiavitù, rispetto al marito, al padre, ai fratelli e anche alla suocera ogni donna aveva una serie di regole a cui attenersi. Se non obbediva c’erano ammonizioni e fastidi fisici e, come estrema punizione, il prete poteva togliere la possibilità di venir seppellita al cimitero. Da piccola mi chiedevo spesso che cosa queste donne potessero aver fatto per meritare di essere escluse anche da questa piccola comunità, mi piaceva pensare che in qualche modo i morti si tenessero compagnia chiacchierando la notte, quando il paese dormiva”.
Un territorio può ispirare un libro e un libro può insegnare a conoscere e amare un territorio. “La Valle delle donne lupo” è così, evoca l’eco di storie lontane per una riflessione senza tempo sulla montagna, casa e prigione degli uomini e soprattutto delle donne che l’hanno abitata.

(Laura Pariani è anche l’autrice dei fumetti ispirati a questo libro).

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