Esercizi di anarchia e libertà

Posted On dicembre 31, 2015

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maniglia

Stavamo salendo verso il Monte Maniglia, in Val Maira, in uno dei pochissimi giorni senza sole di quest’estate. A dire il vero, camminavamo avvolti da una nebbia scura e opprimente, che solo a tratti dava segno di voler cedere ai tentativi troppo timidi dei raggi del sole. Avevamo fatto circa novecento metri di dislivello, le montagne attorno si potevano solo intuire, sagome vaghe attorno a noi, di fatto camminavamo guardandoci i piedi.

A un certo punto, e senza un motivo particolare, mi sembrò che potesse bastare.

“Torniamo indietro?”
“Ma va, sento l’odore della vetta!”
“Certo, arriviamo fino a qui per tornare indietro ora”.
I miei compagni di escursione ovviamente non erano d’accordo. Non tornammo indietro e, come si conviene, arrivammo in cima. È incredibile come la nebbia sia capace di togliere qualsiasi retorica a una vetta. Senza panorama, circondati da un grigio umido piuttosto omogeneo, seduti sulle rocce anch’esse grigie, avremmo potuto essere ovunque. Aspettammo invano che il cielo si aprisse. Nelle nubi a un certo punto si stagliò la forma di un cane, poi quella di un uomo, che si fermò sull’antecima. Ci salutammo con un cenno, e dopo poco ridiscesero. Noi aspettammo invano ancora un po’ e poi, come eravamo saliti, ci abbassammo tra le nubi.
Mi è successo altre volte di voler tornare indietro o fermarmi a poche decine di metri da una cima. A volte per paura di qualche passaggio, a volte per sfinimento. Ma rivendico un’ombra di ribellione in questo desiderio di per sé rinunciatario. L’idea di dover sottostare a un obiettivo anche in montagna in fondo mi sta stretta.
Detesto mancare un cima – il peso dei significati legati a una croce, a un ometto o un sasso è ancora troppo forte – ma per certi versi detesto anche raggiungerla. Perché poi è “fatta” e il “farcela” è qualcosa che mi lascia sempre un fondo amaro, qualcosa che invece di riempire svuota.
E poi c’è subito un’altra cima, un’altra montagna da immaginare e da fare. È un gioioso gioco infinito, ma il confine con la trappola è labilissimo.
Simone Moro dice che quando gli capita di non raggiungere una vetta non sente di aver bruciato la spedizione: “non pratico alpinismo neppure per i dieci o quindici minuti in cui ti trovi in vetta; quando sono in vetta, non sono in un posto più bello rispetto a venti metri prima.”
Per il nuovo anno auguro a me stessa di saper essere abbastanza libera da tornare indietro quando ho voglia. A voi di praticare esercizi di umiltà e di anarchia, non necessariamente in quest’ordine.
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One Response to “Esercizi di anarchia e libertà”

  1. flaco

    “Se arrivo, vuol dire che a qualcuno può servire,
    e questo, lo dovessi mai fare,
    tu, questo, non me lo perdonare”

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