Il rifugio

Posted On luglio 18, 2017

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NOI

 

“E quando il dolore vi sembrerà troppo forte dovete pensare a un luogo dove rifugiarvi, un luogo che amate molto, che vi faccia sentire bene, che vi faccia sentire al sicuro. Quindi pensate adesso a quale possa essere quel luogo, perché dopo sarà tardi”.

A mia cugina B. avevano detto più o meno così al corso preparto. E lei aveva pensato alla Val Lasties, e al prato delle stelle alpine. Nel momento del dolore, si sarebbe rifugiata lì.

La Val Lasties, nelle dolomiti di Fassa, sale dal pian degli Schiavaneis fino alla forcella dei Camosci. E’ una specie di canyon, tra le enormi pareti del Piz Ciavàzes e del Sass Pordoi, sorvegliata dalla portentosa torre del Siella. Ci andai per la prima volta nel 1993, erano i primi anni che andavo in montagna e fu anche l’ultima vacanza che io e i miei cugini facemmo tutti insieme. Furono giorni magici, spensierati, innocenti e benedetti dal sole: ci lanciavamo in grandi dislivelli con poca attrezzatura e niente allenamento, non sapevamo cosa fossero gradi, spit o ramponi. Arrivare in vetta, a un rifugio o a un passo era la stessa cosa, l’incanto era il medesimo, bastava la magia di esserci, tra quelle rocce, a respirare quell’aria e riempirsi gli occhi di quelle pareti, di quegli alberi di quei fiori e niente altro.

La gita alla Val Lasties l’avevo proposta io dopo aver letto questa medesima descrizione che ho casualmente ritrovato in rete. Ricordo perfettamente come mi risuonarono queste parole “tutti lo sanno, pochi ci vanno. Perché? Non si sa”. E andiamoci allora! Avevo rotto le scatole mica poco. Lo ricordo bene. La sera prima aveva fatto temporale e la mattina non era ancora perfettamente limpido. Le pareti si sfumavano perse tra le nubi, brividi di umidità e qualche vaga puntura d’inquietudine. “La Valle delle streghe a qualsiasi costo” aveva detto R. prendendomi un po’ in giro, ed eravamo partiti. Lui si era portato anche delle corde, non so se per salire alla cima o se per il tratto attrezzato che poi ci guardammo bene dal fare.

Salimmo fino al rifugio tra nubi di condensa, pareti nere e tentativi di raggi di sole subito ricacciati. Ci pensarono le stelle alpine sui radi prati ad addolcire il nostro incedere.  Poi l’altopiano del Siella, un deserto di pietra e uno sguardo giù, verso le quinte della Val de Mezdì, che mi faceva paura anche solo affacciarmi. Alla fine, solo alla fine, la sagoma del rifugio, una forma familiare, un profumo da che fame, un chissenefrega della cima, che tra poco piove, un piatto di canederli fumanti.

Tu avevi questo rito, che una volta arrivato dovevi cambiare la maglietta. Io sostenevo che era meglio farsela asciugare addosso, ma la verità è che le magliette di cambio continuo a dimenticarle, anche adesso. Avevi borbottato un po’ per le nubi, per il tempo, ma eri fatto così, borbottavi sempre per qualcosa, di sicuro però il posto ti piaceva.

Era freddo fuori, ma il calore del rifugio e il sapore dei canederli era tutto quello di cui avevamo bisogno. Felici, lo eravamo già.  Tutta quella vacanza, fatta di piccole cose e di grandi risate fu indimenticabile, ma quel giorno lì credo (e spero) sia stato magico per ciascuno di noi. Per me è stata l’escursione che mi ha fatto amare la montagna, in maniera totale e definitiva. Non ci fu grande fatica, non ci furono difficoltà, solo meraviglia, stupore, appartenenza. Solo noi, tutti insieme. Spero che la Val Lasties sia stata magica anche per te. Ci siamo tornati più volte, anche insieme, su quelle montagne, ma è stato inevitabilmente diverso, non meno bello, solo diverso.

Anche oggi il dolore sembra troppo forte. Anche oggi la Val Lasties è il nostro rifugio. So che ci aspetti lì, in cima, con una maglietta di cambio pronta per ognuno di noi.

 

 

 

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One Response to “Il rifugio”

  1. anija

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