Nina dai capelli d’oro

Posted On ottobre 10, 2018

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Non scrivo qui sopra da talmente tanto, che quasi ormai non lo so più usare WordPress. Comunque, nell’ultimo anno e mezzo, ho scritto un solo racconto: “Nina dai capelli d’oro”. Siccome è lungo, anzi per i miei standard lunghissimo, lo pubblico a puntate.

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prima parte

Estate 1964

I giorni d’estate, all’alpeggio, erano fatti di sveglie all’alba, di vacche brunealpine o rossepezzate da mungere, di pascoli grassi sospesi da arrivarci in salita, e botton d’oro e semprevivo montano e viola di genziane, di tanti piccoli e grandi lavori da fare tutti i giorni, tutti i giorni che Dio mandava in terra, col sole o con la pioggia, che vita.

Per tanti anni le famiglie avevano portato le bestie su all’alpe. Una radura che dal paese nemmeno sospettavi che esistesse; grumi grigi di massi erratici e baite di pietra. Prati e pascoli, che salendo di quota diventavano più magri e impervi, buoni per i balzi delle capre. Era quella l’estate. Famiglie numerose, che lavoravano duro, che anche per i più piccolini prima di sera non era mai finita. Poi, quando il sole si nascondeva dietro le guglie affilate del pizzo di Trasca, quando anche l’ultima vacca era munta, c’era ancora un po’ di tempo per giocare: che erano stanchi sì i bocia, ma mai abbastanza per non avere voglia di divertirsi almeno un po’.

La famiglia di Tilde erano solo lei, Piero e l’Angela, la bambina. Ci avevano provato a darle fratellini all’Angela, a cercare almeno il maschio, ma niente, la bambina era rimasta figlia unica.

Per un po’ la Tilde ci aveva sofferto, che tutti su all’alpe avevano tanti figli e lei invece solo uno. Ma poi, che cosa vuoi fare, era andata in processione tante di quelle volte, era stata al pellegrinaggio della Madonna delle Rocce, una fatica, in ginocchio sui gradini e ogni gradino un’ave Maria graziaplèna, e niente. In preda alla disperazione era andata anche dalla Vegia di Rust, una stria, una che sapeva la fisica, che faceva miracoli con le erbe. Di nascosto da tutti era andata dalla stria, che se il Piero lo veniva a sapere poi, sai quante gliene diceva. Aveva bevuto gli infusi, le tisane, una roba amara ‘me ’l tosic, ma niente sai, era stato proprio tutto inutile e bon, alla fine la Tilde si era rassegnata, che ormai era da scemi anche solo a pensarci.

Delle volte succedeva che la Tilde sgridava l’Angela per niente, perché non si teneva i capelli in ordine, perché quando lavava i piatti bagnava dappertutto, perché non era capace di portare su le vacche ai pascoli alti da sola. Poi finiva che se l’abbracciava stretta e la mandava via stampandole due bei baci sulle guance e la guardava correre fuori, e scuoteva la testa, che proprio non capiva perché a lei era capitata una figlia sola, e per di più femmina. Che la vita è dura, ma se sei donna, qui, è dura due volte, che la testa devi tenerla ben bassa e il tuo parlare sia solo sì, sì, altro che storie, che il no è roba solo degli uomini. Uomini, poi, bisognava ben aver fortuna anche con quelli, che il Piero ancora era timorato di Dio ma ce n’erano altri che invece…

Gli Zampitelli, presèmpio, avevano nove figli e due sole vacche. Non c’era mica sempre il cibo per tutti. Delle volte la polenta arrivava dritta nelle ciotole senza companatico, altre andava meglio e ci si metteva dentro il dente di leone, raccolto nei prati, con un po’ di latte.

Ogni tanto la Tilde ne portava a casa quattro o cinque di quei bambini lì, che per l’Angela era una festa e anche per la Tilde, che le sembrava di avere una famiglia più grande. Il Piero delle volte sbuffava: «Ohè ricordati che non siamo mica poi la banca d’Italia eh, che si sa come vanno le cose.» Ma poi era contento anche lui di avere un po’ di allegria e di chiasso per casa, e i bambini li mandava sempre via con la pancia ben piena, e andava a finire che diceva sempre: «Ma poi insomma, dovranno ben mangiare tutti».

Al capofamiglia degli Zampitelli, il Giovanni, però, in qualche modo il vino non mancava mai e delle volte gli volava via anche qualche scapaccione di troppo, tant’è che’Aldina, sua moglie, ogni tanto arrivava che aveva un occhio pesto. Il Giovanni i bambini non li guardava né punto né poco, alla mattina gli diceva i lavori che dovevano fare e tanto bastava. Mai una parola, mai una carezza. Alla sera si sedeva sulla panca di fuori, con i capelli scarmigliati, i gomiti sulle cosce e tra le mani la solita bottiglia.

Quando l’Aldina restò incinta del decimo figlio, poi, lui non ci pensò mica due volte: «E come faccio a dargli da mangiare anche a questo?» Era nata poi femmina, per sua disgrazia, che il Giovanni appena l’aveva vista aveva scosso la testa e sputato per terra, è abbastanza così, non mi serve a niente aveva detto, e il suo destino l’aveva deciso bell’e che subito. E fu così che pochi giorni dopo il parto – l’Aldina voleva chiamarla Nina, ma nessuno le lasciò il tempo di battezzarla – una mattina che era ancora buio pesto, senza dir niente a nessuno, lui si fasciò la bambina addosso e salì al lago. Salì a testa bassa che macinava il sentiero veloce, fermandosi solo ogni tanto per vedere che non ci fosse in giro nessuno. Una volta arrivato, si slegò il fagotto di dosso e lo lanciò da un grosso sasso dove l’acqua era profonda. L’acqua si squarciò in larghi cerchi, inghiottì il fagotto con un rumore sordo e presto si richiuse, con un gorgoglio indifferente. Neanche un grido fece in tempo a fare la piccinina. Lui restò lì, fermo sul sasso per pochi secondi. Morire di fame era peggio, cosa credi, si disse a mezza voce. E con lo stesso passo furibondo con cui era salito scese, che intanto il cielo scuriva e l’acqua del lago da verde scuro si faceva grigia, come il manto di un topo. (continua)

One Response to “Nina dai capelli d’oro”

  1. Nina dai capelli d’oro | Mountain for dummies

    […] Parte terza (parte seconda, parte prima) […]

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