Nina dai capelli d’oro

Posted On ottobre 16, 2018

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Parte terza (parte seconda, parte prima)

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La mattina dopo, molto presto, campanacci di vacche, scalpiccio di andirivieni, urla di bambini e rumori di vettovaglie annunciavano una partenza improvvisa. Non era ancora l’ora dello scarghé, ma gli Zampitelli se ne andavano.

La giornata si annunciava limpida e fresca, la conca era ancora insonnolita nell’ombra, umida di rugiada, qualche striatura rosa nel cielo.

La Tilde, al sentire i rumori, si era alzata in fretta dal letto e si era messa a guardare dalla finestra. Vide l’Aldina fare avanti e indietro dalla baita caricando poche cose nella gerla, i bambini più grandi erano in piedi vicino alle vacche, quelli più piccoli seduti sulla panca, che tremavano di freddo nelle braghette corte. Il Giovanni uscì dalla baita per ultimo, si caricò il gerlo pesante sulle spalle. Chiamò le due vacche e iniziò a muoversi. I bambini lentamente lo seguirono e l’Aldina, avvolta in una pesante mantella di lana, chiuse la fila. Presero il sentiero che per stretti tornanti saliva verso il passo di Cumigliano. La Tilde li guardò fino a quando le loro figure iniziarono a perdere consistenza, i loro movimenti a confondersi tra le rocce e l’erba, fino a sparire, fino a sparire proprio.

L’Aldina non le aveva detto niente il giorno prima, neanche una parola, ma magari, pensò la Tilde, magari nemmeno lei lo sapeva. Bastava che il Giovanni comandasse domani si va, e si poteva solo che mettere armi e bagagli nel carro e zitta, e partire prima che si poteva.

A un certo punto la Tilde sentì sulla spalla la mano del Piero. «Vanno in Svizzera. È meglio che non stanno più qui, con quello che è successo. Lo diceva da un po’, il Giovanni, che voleva andare in Svizzera. Anderà sotto padrone, contento lui.» Disse alzando le spalle

«Mi dispiace per l’Aldina, e per i bambini» rispose brusca la Tilde, facendo ricadere la tendina sul vetro e alzandosi per ravvivare la stufa a legna.

«E un’altra baita che si chiude” aggiunse a voce bassa, scuotendo la testa.

«Chi va in Svizzera?» chiese l’Angela che si era avvicinata silenziosamente alla madre, stropicciandosi gli occhi, ancora avvolta nella camicia da notte di flanella.

«Gli Zampitelli, partono» le disse la Tilde.

«E perché vanno via? E con chi gioco adesso io?» disse l’Angela con tono lamentoso e battendo lentamente i piedi per terra, uno dopo l’altro. «Andiamo anche noi in Svizzera, così posso giocare anche io con loro, papà, vero che andiamo anche noi in Svizzera? Io non voglio più stare qui da sola, io voglio andare in Svizzera!»

Era proprio così, con la partenza degli Zampitelli andava a finire che l’Angela rimaneva l’unica bambina su all’alpe. Col tempo, le famiglie si erano trasferite tutte in basso, nei paesi del fondovalle, paesi con le case messe in fila, strette attorno alla statale. Prima degli Zampitelli, i Tarchera e i Bartoli avevano smesso anche loro di portar le bestie ai pascoli alti. Le vacche vendute, gli alpeggi sprangati. L’Italia cambiava il passo. Quasi d’un tratto, la vita com’era diventava vecchia; prima ancora di arrivare giù, in fondovalle, prima ancora di vedere tra gli alberi la strada, dagli ultimi tornanti del sentiero sentivi i rumori delle lambrette e delle automobili, e poi , quando nel naso ti entrava l’odore acre dello scarico, se ne stava lì un pezzo, anche quando la macchina era andata via.

C’era la fabbrica. La chiamavano così, la fabbrica, uno scatolone di cemento grigio con una ciminiera alta. Produceva materie chimiche dai nomi che era impossibile ricordare, il Piero sapeva che servivano per fare la colla, il DDT e tante altre cose. La fabbrica se le era mangiate vive le persone, se la mangiava ogni mattina, quando entravano come formiche da quel cancello enorme, e le risputava fuori la sera. La fabbrica aveva sempre fame, e aveva richiamato con le sue sirene gli uomini da tutta la valle, uomini che le sirene le avevano seguite, senza preoccuparsi di farsi legare come Ulisse.

Il Guido Tarchera, presèmpio, era uno di quelli che si era fatto mangiare e all’alpeggio non l’avevano proprio più visto, mentre il Beppe Bartoli saliva solo il fine settimana, con tutta la famiglia, tant’è che il Piero ormai li chiamava “i villeggianti”. Arrivavano il venerdì, verso sera. Li precedevano le grida dei bambini, che all’inizio in città on erano mica troppo contenti: «È tutto stretto» diceva sempre l’Antonio, il più picinin. L’Angela contava i giorni e non vedeva l’ora che arrivassero, anche perché l’Antonio portava sempre qualcosa di nuovo: una volta era il pallone di cuoio, un’altra l’album delle figurine con gli animali e le regalava sempre quelle doppie. La Marta, la sorella grande dell’Antonio, non giocava più con loro, passava il tempo a sbuffare, a sedersi su una sdraio scalcagnata e a leggere i fotoromanzi. Una volta l’Angela le aveva preso il giornale e l’aveva sfogliato velocemente. C’era un ragazzo giovane, con i capelli chiari, che guidava una macchina senza il tetto. La Marta glielo aveva strappato dalle mani subito: «Che cosa guardi che sei ancora pisciasotto?» le aveva urlato, e se n’era andata con il giornale stretto al petto, stizzita, pestando i piedi.

«Non sono pisciasotto, ho dieci anni!» le rispose l’Angela «Dieci anni ti ho detto!»

Era arrivata a casa imbronciata, tant’è che la Tilde le aveva chiesto che cosa avesse mai, da tenere quella piva. «Mamma, mi compri anche a me il fotoromanzo?»

La Tilde scoppiò a ridere forte. «Ma cosa ne sai te del fotoromanzo!» le disse asciugandosi le mani nel grembiule.

«La Marta li legge e mi ha detto che sono pisciasotto!»

«La Marta è grande, quando sei grande li leggi anche tu!»

«Sempre quando sei grande però, uffa!» sbuffò la bambina.

Poi arrivava la domenica sera e allora i Bartoli ripartivano, non senza sospiri. «Ma beati voi che restate qui» diceva il Beppe ogni volta che, tornando giù, passava davanti alla baita del Piero che di rimando scoteva la testa: «E perché sei andato via? Non stai bene sottopadrone?» gli diceva mezzo ridendo e mezzo serio.

«E noi quando ce ne andiamo? Ce ne andiamo anche noi vero?» chiedeva l’Angela tutte le volte.

L’anno prossimo, magari l’anno prossimo ce ne andiamo anche noi”. Diceva la Tilde.

_________________

La Tilde insegnava all’Angela a mungere e a fare il burro con la zangola e la mandava a raccogliere i mirtilli e le bacche di ginepro. Era un’estate ballerina, una giornata lenta e piena di luce, e poi, d’un colpo il freddo, il grigio, la pioggia e l’Angela con il naso appiccicato ai vetri appannati e sgocciolanti. Ma in quei giorni di far niente o poco, l’Angela si sognava già grande, si vedeva pittare le labbra come faceva la Marta e passare le ore a leggere i fotoromanzi. Pensava che a scendere in città, avrebbe potuto tutti i giorni fare il cambio delle figurine con l’Antonio e giocare con il pallone di cuoio. Oppure guardava fissa il sentiero dove se n’erano andati gli Zampitelli e pensava che avrebbe potuto raggiungerli. Avrebbe preso la gerla, quella piccolina, ci avrebbe stipato dentro i suoi vestiti e un pezzo di formaggio, se la sarebbe messa su in spalla e via, via verso la Svizzera.

La Tilde, invece, guardava sempre verso il lago. Aveva quell’idea fissa, di andare su a cercare la bambina, che l’acqua doveva averla ben restituita. La grazia di una tomba almeno, stellina del cielo. Ma negli ultimi tempi non si poteva concedere il lusso di una passeggiata. Il Piero era un po’ che andava a dormire presto la sera, diceva che era stanco, mangiava poco e entrava nel letto che nemmeno era buio fatto. Ogni tanto chiedeva alla Tilde di portar su le bestie ai pascoli alti, che lui non si sentiva.

Scendere al paese con la bambina, per vendere i formaggi e comprare il vino e il pane, comunque, ci voleva andare lui. Camminavano fianco a fianco e il Piero regolava il suo passo su quello piccolo dell’Angela, tenendola per mano. Vestiva i pantaloni di velluto a coste, con un paio di bretelle nere sopra una maglietta bianca di bucato. La sua mano era ruvida e nera e i suoi piedi si divertivano a calciare sassi lungo il sentiero, che schizzavano di lato o scivolavano sull’erba pochi metri più in là. Avrebbe potuto scendere dalla strada nuova in costruzione, ma in fondo era abituato a usare il sentiero, conosceva ogni tornante, era sempre salito e sceso di lì. La strada poi, adesso che tutti scendevano l’avevano costruita la strada, vai a capire.

Per un po’ aveva fatto loro compagnia solo il fruscio del velluto e il rumore delle suole sul sentiero, poi Piero si era inventato qualcosa da dire, che quando finivano da soli non sapeva mai come far passare il tempo. «Li vedi quei sassoni lì?» le diceva indicando i grossi massi erratici che spuntavano dall’erba, neri come dorsi di balene.

«Lo vedi la roccia com’è liscia? Una volta c’era il ghiaccio sopra, il ghiaccio, che è venuto avanti e ha trascinato giù i massi». Ma all’Angela, la storia del ghiaccio non interessava né punto né poco.

«Andiamo a trovare l’Antonio?»

«Non facciamo in tempo Angela, dobbiamo andare al negozio e poi ritornare. Porta pioggia oggi il cielo»

«E allora mi compri le figurine?»

Il Piero sospirò: «Vediamo Angela, vediamo.»

«E perché vediamo?»

E come il Piero aveva previsto, un violento acquazzone li sorprese all’ingresso del villaggio obbligandoli ad affrettare il passo e a entrare nel negozio di corsa, trafelati.

«Denter, denter!» Li accolse Marianna, la bottegaia, che ogni volta teneva da parte qualche dolcetto per l’Angela. «L’è matt, l’è matt!» disse guardando verso il cielo e scuotendo la testa.

Entrarono mentre la radio trasmetteva le note de “Una lacrima sul viso”, una canzone che era tutta l’estate che la si sentiva.

«Hai visto Piero?» disse la Marianna «me l’ha portata mio figlio, l’è un “transistor»

La Marianna prese la piccola radio laccata rossa e la porse al Piero: «Lo vedi bene com’è piccola, sta anche in tasca.»

Il Piero la prese tra le mani: «L’è bella, e porta via poco posto. Andrebbe bene anche a me su all’alpe.»

«Il mio Giovanni dice che adesso le fanno tutte così» disse la Marianna.

«Bene si sente bene» disse il Piero giocando con il volume. «Di’ al tò bocia di portarmene una. Terrà ben compagnia alla Tilde.»

«Ma sicuro!» disse entusiasta la Marianna «E se passi dal circolo, vedrai anche che hanno preso la televisione. Che alla sera, quando c’è la partita o il Musichiere, sai quanta gente che arriva a guardarla, e tutti col vestito buono, sembra sempre festa!»

Piero sistemò nello zaino i formaggi e il vino, mise un braccio fuori dalla porta per capire se stesse spiovendo e poi prese per mano l’Angela. «Arrivederci Marianna, che tra poco dall’Alpe veniamo giù.»

«Vi aspetto ben! E salutatemi la Tilde, che ho voglia di vederla!»

“Passiamo al Circolo, Angela. Così vedi la televisione.”

“Ma io voglio le figurine, non la televisione, andiamo dall’Antonio!”

“Non facciamo in tempo Angela, è bella la televisione, non vuoi vederla?”

Il tempo di fare pochi passi e al circolo erano già arrivati, che al paese, alla fine, con pochi passi arrivai dappertutto. Entrarono nella stanza, avvoltolata nella penombra, mentre alcuni uomini erano seduti al tavolo intenti a dividersi un mezzo litro di vino.

«Oh il Piero!» disse uno di loro, alzandosi rumorosamente dalla sedia e andando a stringergli la mano. «C’è qui giusto un bicchiere per te, noi non ti aspettavamo, ma lui sì!» Tutti scoppiarono a ridere e fecero largo al Piero che si sedette prendendosi in braccio l’Angela. «Eh te sei ancora piccola per il vino! Lo vuoi un bel gelato? Oste, porta un bel gelato con lo stecco per la fiolina!» disse uno degli uomini spettinandole in capelli.

«Dov’è la televisione?» chiese l’Angela all’oste che stava riempiendo una nuova caraffa di vino.

«Vieni, vieni»: l’oste la fece scendere dalle ginocchia del Piero e le indicò un grosso scatolone con davanti uno schermo di vetro. «Adesso però mi sa che i programmi non ci sono.» L’uomo accese l’apparecchio e, dopo qualche minuto, sullo schermo si materializzarono lentamente delle immagini: nuvole che scorrevano dal basso verso l’alto con degli strani ghirighori e una musica mai sentita prima.

L’Angela guardò fissa lo schermo per qualche minuto: «Nuvole, nuvole, ce ne sono tante anche su all’alpe, ma qui è tutto uguale, non mi piace la televisione!»

L’oste rise: «La vedrai un’altra volta Angela, quando ci sono i programmi!»

“Ma che cos’è questo?” chiese la bambina puntando il dito verso il juke box.

“Questo qui è la macchina della musica” rispose l’oste. “Dai, scegli un disco!”

L’Angela indicò un nome a caso e l’oste inserì la moneta. Il braccio meccanico prelevò il disco in vinile e preceduta da un breve fruscio iniziò la canzone e la bambina batté le mani contenta.

“Ancora un bicchiere dai, prima che vai via!” disse al Piero uno degli uomini

“No no, adesso saliamo, che è lunga con la bambina” rispose il Piero.

“E dobbiamo comprare le figurine!” disse l’Angela!

Lentamente si misero in cammino per riprendere il sentiero. Era l’ora più calda del giorno, lo scroscio d’acqua era passato e aveva lasciato l’aria umida e calda così, una volta entrati nel bosco, fu un sollievo sentire la frescura dell’ombra dei castagni secolari. Tafani, cavallette, formiche indaffarate, in lontananza il rumore di un picchio: il bosco era in fermento come si addice alla piena estate, eppure quel caldo, quel verde pieno, aveva già in sé un che di malinconico, la sfacciataggine di luglio era lontana, nell’aria una voglia di resa, un sentore d’autunno. Anche il Piero ogni tanto si fermava a prendere fiato: «Aspettami Angela!” le diceva ridendo, “che sono vecchio e stanco!»

Arrivarono alla baita le prime ore del pomeriggio. La Tilde era al lavatoio a sfregare i panni, con le braccia arrossate dall’acqua gelida, che cantava una vecchia canzone.

«Tilde, l’anno prossimo ti portiamo su il transistor» disse il Piero appena entrato nella baita «che l’è piccolo e pesa poco, così vi fa compagnia a te e all’Angela.»

«Il transistor?» rispose la Tilde con le mani sui fianchi.

«È una radio piccola, leggera e che si sente benissimo, il figlio della Marianna me ne porta uno, tutti i canali prende.»

«Sono stracca Piero, forse l’anno prossimo è anche per noi l’ora di cambiare vita.»

«È qui la vita, dove vuoi andare? Io non voglio andare in fabbrica, io voglio stare qui. Qui è bello, in fabbrica mica si respira.»

«E l’Angela?» ribatteva Tilde «Soffre a stare qui, l’è rimasta sola»

«L’Angela fa quello che dico io, quante storie.»

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