Nina dai capelli d’oro

Posted On ottobre 17, 2018

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Parte quarta (parte terza, parte seconda, parte prima)

brumei

 

La Tilde si svegliò con un balzo, sì svegliò che era già seduta sul letto e le mancava il respiro.

«Cosa c’è, che è notte?» le domandò il Piero svegliatosi all’improvviso pure lui.

«Niente, vado a vedere dov’è l’Angela»

«È a letto l’Angela, dove vuoi che sia»

Aveva sognato che il Giovanni Zampitelli era tornato, era entrato in casa, e si era portato via l’Angela. L’aveva strascinata per un braccio e l’aveva portata su, verso il lago. La Tilde lo aveva rincorso, ma lui era troppo veloce e presto lo aveva perso di vista. Quando era arrivata al lago il Giovanni non c’era più, ma la Tilde aveva trovato l’Angela. Solo che l’Angela non era più lei, era un pesciolino e brillava dentro il lago con le pinne tutte d’oro.

“Vieni a casa, Angela!”

“Non posso mamma,” aveva risposto la sua voce, proveniente dal fondo del lago “adesso vivo qui.”

A quel punto la Tilde si era svegliata di colpo, talmente inquieta che nel mezzo della notte era andata a controllare se l’Angela dormiva effettivamente nella sua stanza o se era stato più che un sogno. Dormì tribolata per il resto della notte.

La mattina dopo, il Piero intinse lentamente un tozzo di pane nel latte. Lo addentò senza convinzione, bevve un poco e abbandonò la colazione sul tavolo. Si infilò la camicia, e fece per uscire. La Tilde lo vide sulla porta appoggiarsi improvvisamente e con forza allo stipite.

«Tilde!» urlò alla donna. «Vai su te ai pascoli oggi. Sto mica bene»

La Tilde lo guardò in silenzio, prese il bastone e cominciò a radunare le bestie.

«Angela, vieni!» disse alla bambina «Andiamo noi al pascolo oggi»

Ci andava il Piero di solito, e a volte si portava l’Angela, a volte no. La Tilde camminava a passo deciso, ma silenziosa e con la testa bassa. Non gli era mica piaciuto vedere il Piero così. L’Angela era ancora piccola. Speriamo che non è niente di grave, pensò. Se resto da sola, come diavolo farò con la bambina e le bestie? Da un dottore, bisognava portare il Piero da un dottore, o almeno dalla stria, che alla fin fine le malattie le sapeva curare anche lei.

Grossi nuvoloni esplodevano bianchi e grigi contro il cielo azzurro, mentre la brezza inclinava gli arbusti più alti e i prati splendevano di una luce quasi metallica. Arrivarono alla radura e le vacche iniziarono pigramente a pascolare. La Tilde si mise guardare incantata il movimento lento delle loro code. Il vento le fece in venire in mente il giorno che aveva sposato il Piero. Uscita dalla chiesa, una folata le aveva scaravoltato il velo, buttandoglielo sulla faccia. Lei istintivamente aveva portato le mani alla testa per bloccarlo, e il Piero l’aveva abbracciata stretta, sotto la pioggia di riso e le campane a distesa.

Quanto di quel tempo che era passato. In viaggio di nozze erano venuti su all’alpeggio, con tutta la mandria, per incominciare la stagione. Che il Piero, quella passione lì delle bestie ce l’aveva sempre avuta, e ce l’avrebbe avuta sempre, tant’è che le vacche avevano vinto anche qualche premio, giù alla fiera d’autunno. Una felicità vera per il Piero, che il campanaccio che aveva vinto l’aveva appeso alla porta di casa, e tutte le volte che arrivava lo suonava come un bambino.

L’Angela, intanto, vagava per il prato raccogliendo fiori che poi dava da mangiare alle vacche. La loro lingua ruvida e avvolgente le faceva il solletico sulle mani e lei rideva buttando all’indietro la testa e poi scappando via, a raccogliere altri fiori.

La Tilde si alzò per richiamare una vacca che si stava allontanando un po’ troppo, poi tornò a sedersi sopra il sasso. Restarono fino a quando il sole iniziò ad abbassarsi, poi la donna radunò le vacche e iniziò a instradarle per scendere lungo il sentiero. Si mossero a passo lento fino a quando non arrivarono in vista della baita. Allora la Tilde accelerò perché voleva vedere come stava Piero. Lo trovò sul retro, intento a spaccare la legna. «Non sei stato a letto?“

«L’è mica ancora ora di mettermi via, va’.»

La Tilde si affrettò in casa, andò ad accendere la cucina economica, ci mise sopra un pentolone d’acqua mentre il Piero fece entrare le vacche nella stalla: «Angela! È ora di mungere!»

L’Angela camminò lentamente verso la stalla. Non aveva nessuna voglia di mungere. Prese il secchio di alluminio e uno straccio bagnato, si sedette su uno sgabello di legno e iniziò pigramente a maneggiare le mammelle della prima vacca. Sperava che quella sera avrebbe potuto giocare con le figurine nuove, invece niente, che alla fine non avevano mica fatto in tempo a comperarle, sempre mungere mammamia, doveva aspettare venerdì, sperando che l’Antonio gliele avrebbe portate.

 

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Il giorno dopo erano nubi grigie e acqua leggera. La Tilde si alzò presto come sempre, guardò fuori dalla finestra e pensò che le vacche potevano ben stare in stalla per una mattina, con quel tempo, e che finalmente era arrivato il momento giusto.

«Andiamo Angela!»

«E dove andiamo?»

«Vieni e basta, quante storie.»

Non sapeva che cosa avrebbe potuto trovare né che cosa avrebbe raccontato alla bambina.

Imboccò il sentiero che portava al lago. Seguì con lo sguardo una grossa marmotta correre ignara lungo il pendio davanti a lei e invidiò per un attimo il suo infilarsi in una tana nascosta. Si fermò a raccogliere dei rametti di timo bagnati e quando il sentiero iniziò a farsi più ripido sedette qualche minuto su grosso masso per far riposare l’Angela.

«Ma dove andiamo?»

«È una sorpresa sai. Nel lago di sopra… c’è un pesce con le pinne d’oro…» disse «ma si vede solo nei giorni di pioggia. E nemmeno sempre!» disse la Tilde con il tono con cui si contano le fiabe.

«Con le pinne d’oro?!» disse l’Angela incredula.

«Certo. Quel pesciolino era una principessa una volta, ma quando era molto piccola una strega cattiva la gettò nel lago, perché aveva capelli biondi, del colore dell’oro, e la strega che invece li aveva neri era molto gelosa. Allora l’angelo custode l’ha trasformata in un pesciolino con le pinne d’oro, per salvarla.»

Dagli ultimi metri di sentiero, che salivano ripidi, la conca del lago si indovinava. L’acqua era grigia e piatta. La Tilde Si avvicinò al lago a piccoli passi, come se avesse paura di svegliare qualcuno. Si sedette su un grosso masso e rimase immobile, a contemplare inutilmente il fondo. L’Angela andò invece in riva, guardando attenta le acque, per cercare di vedere il pesciolino dalle pinne d’oro.

Le nubi grigie si addossavano sulle cime che circondavano il lago. Si distingueva, in alto, il volo di un rapace. L’Angela mosse qualche passo lungo la spiaggia di ciottoli, avanti e indietro, guardando prima per terra e poi lungo la superficie dell’acqua, senza vedere nulla, se non una distesa piatta di grigio uniforme.

«Guarda mamma, c’è qualcosa lì!» disse a un certo punto puntando l’indice.

La Tilde raggiunse velocemente la bambina sul bordo del lago. In un angolo tra due grossi sassi vide un panno bianco, mezzo ricoperto di fango. Senza indugio, lo prese tra le mani, lo sciacquò e lo strizzò.

«Scaviamo una buca Angela, aiutami!» disse alla bambina mentre iniziavano a scendere le prime gocce di pioggia.

«Ma io devo vedere il pesciolino, non scavare una buca!»

La Tilde tirò fuori dalla gerla una piccola zappa e allontanatasi un po’ dalla riva iniziò velocemente a scavare. «Tira fuori la terra, Angela, dai che facciamo un bel buco.»

«Ma perché dobbiamo fare un bel buco?»

«Scava e basta.» Rispose secca.

Quando la Tilde ritenne che il buco fosse sufficientemente profondo ci adagiò il panno, ripiegandolo delicatamente in più parti. «Questo panno l’era della principessa, sai. Solo se lo seppelliamo e se diciamo una preghiera possiamo vedere il pesciolino dalle pinne d’oro.»

L’Angela aiutò la madre a chiudere la buca, ricoprendo di terra il panno.

«Vai a prendere due legnetti, svelta che piove» disse la Tilde.

L’Angela sparì nel bosco e ne riemerse quasi subito con in mano due piccoli rametti di larice. La Tilde li posò a croce sopra il piccolo scavo, lentamente, con gesti che volevano essere solenni.

«Requiemmetèrna dònas, Dómine,» disse guardando severa la bambina

«E luss perpetua luciatèis… » rispose l’Angela sottovoce.

Entrambe si fecero il segno della croce, mentre iniziava a piovere più forte. «Andiamo adesso» disse la Tilde «andiamo veloci.»

«Ma il pesciolino?»

«Il pesciolino esce solo quando c’è il sole, non lo vedremo oggi. »

«Ma prima hai detto che si vede solo quando piove!»

«Ah sì? Mi sono sbagliata allora, andiamo.»

«E torniamo a vederlo? »

«Certo che torniamo, i prossimi giorni. »

Percorsero quasi di corsa il sentiero a ritroso, stando attente a non scivolare sui sassi resi scivolosi dalla pioggia. Quando arrivarono in vista della conca dove si trovava l’alpeggio, la pioggia era talmente fitta che le baite non si distinguevano. Da quando erano uscite dal bosco, non c’era stato modo di proteggersi dall’acqua e quando arrivarono alla baita erano completamente fradice.

«Ma c’era proprio bisogno di andare su?» il Piero le accolse scotendo la testa, mentre non appena entrate, sul pavimento si creavano piccole pozzanghere.

«Non l’ho visto il pesciolino, uffa!» disse l’Angela con voce lagnosa.

«Sei tu il pesciolino, stupidotta, guarda come grondi acqua, vai a cambiarti!»

La bambina salì la scala a pioli per il sottotetto.

«E allora che cosa hai trovato?» chiese il Piero alla Tilde sottovoce una volta rimasti soli, con una piega di ironia nella voce, mentre lei si asciugava i capelli con un telo.

«Ho trovato un panno bianco» rispose lei seria «di sicuro era della bambina. L’ho seppellito, ecco cosa ho fatto. La bambina non c’è più, ma almeno una tomba, almeno.»

«Alla fine della settimana scendiamo» disse il Piero, cambiando improvvisamente discorso.
«È ben ora che andiamo giù.» Decideva sempre il Piero quando era il tempo dello scarghé, di portar giù le vacche, di chiudere la baite, di dire che l’estate l’era andata.

Tutte la volte, la Tilde accoglieva la notizia così. A tratti era felice, ma chiudere la baita era sempre un po’ anche un dispiacere. Quella sera, dopo aver rigovernato i piatti e dopo aver messo a dormire l’Angela, la Tilde e il Piero si sedettero sulla panca fuori dalla porta.

«Andiamo giù dalla strada», disse il Piero

«Dalla strada?» Rispose la Tilde

«Dalla strada», ripeté il Piero: «l’avran ben costruita per qualcosa.»

«Dovrai vedere un dottore, appena che siam giù»

“Un dottore, un dottore», disse il Piero sputando per terra. «Che cosa vuoi che mi dica un dottore.»

Ci metteva di meno a imbrunire. La Tilde si sfregò forte le braccia con le mani, che l’aria si faceva freschina. Gettò uno sguardo indietro. In direzione del lago si distinguevano mute le sagome delle montagne e le prime stelle bucavano il cielo. La Tilde rivide l’acqua grigia e il panno che aveva seppellito.

«Sembra ieri neh,» disse al Piero «che sono andati via gli Zampitelli, Por nanin. »

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