Nina dai capelli d’oro

Posted On ottobre 18, 2018

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parte quinta e ultima (parte quarta, parte terza, parte seconda, parte prima))

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Estate 1984

Angela parcheggiò l’automobile all’ombra di un albero. Il viaggio era stato lungo e la strada tra buche, sassi e rovi che l’avevano mezza invasa, le aveva richiesto una certa abilità per salire fin su.

«Forza Matilde, siamo arrivate!»

La bimba scese dell’auto. «Dove andiamo adesso?»

«Adesso devi essere brava e camminare un po’. In cambio, ti racconterò una fiaba bellissima»

«Dove andiamo?» chiese di nuovo Matilde tendendo il braccio per prendere la mano della mamma.

«Andiamo a vedere un lago dalle acque verdi verdi, ma prima passiamo dalla casa di nonna»

Angela prese per mano Matilde e insieme si avviarono lungo il breve sentiero che conduceva alla conca dell’alpeggio. Si fecero strada nell’erba alta che pizzicava le gambe e dispensava profumi, mentre nugoli di cavallette si alzavano a ogni loro passo. In lontananza nell’erba macchie gialle e rosa mostravano una fioritura quasi selvaggia. Angela si fermò a guardare le baite. Tutte erano chiuse, le porte e le finestre sprangate da assi invecchiate, messe di sbieco. Quella degli Zampitelli aveva fin il tetto sfondato, e un giovane faggio usciva sfrontato dal centro della casa, spingendo le sue foglie verdi verso l’alto.

«Nel lago, ha preso la fiolina e l’ha buttata nel lago!» Ah, Angela se le ricordava bene le parole della Tilde, altroché se le aveva sentite. Che sua mamma, mica la piangeva mai, e se piangeva, qualcosa di molto brutto era successo. E poi quella mattina, la fuga in Svizzera di tutta la famiglia, mai più saputo niente degli Zampitelli, mica c’era per loro un angelo a dirgli che potevano rientrare.

Intanto il prato cantava di grilli e l’ora già calda incattiviva i tafani. Angela si fermò dritta davanti alla baita dei Tarchera. Appoggiata al ballatoio, contro il legno ormai marcio della ringhiera, stava una piccola bicicletta, mezza divorata dalla ruggine mentre una vecchia sedia di fòrmica di un verde sbiadito aspettava lì, in bilico su sole tre gambe, che una, chissà perché, mancava.

Finalmente, giunse alla sua baita. Il tetto era integro e l’intonaco ben conservato. Accarezzò il muro con le punta delle dita e lo sguardo fu attirato dal grosso campanaccio appeso sopra la porta. Se n’era completamente dimenticata. Con una cordicella legata al batacchio la fece suonare come faceva il Piero tanti anni prima.

«Mica era così silenzioso qui quando ero piccola io,» disse Angela alla bimba «era tutto uno scampanare di mucche e di capre. Era di Amelia sai questo campanaccio. Il nonno ce l’aveva quando era giovane, era la mucca più bella dell’alpeggio, aveva vinto anche un premio, sai.»

«E adesso dov’è?» chiese Matilde

«È in cielo, a pascolare con il nonno! Dai, andiamo!»

Angela si alzò, raccolse un filo d’erba e cominciò a masticarlo. Ne porse uno anche alla bambina. «Senti che buono,» le disse «dai che giochiamo alle caprette mentre saliamo!»

Si alzarono e iniziarono a camminare sotto il sole, accompagnate solo dal frinire dei grilli.

«E perché non ci sono più le mucche?»

«Perché adesso le persone che prima le allevavano sono diventate anziane»

«Come la nonna?»

«Eh sì, come la nonna.»

«E perché non le tieni tu le mucche?»

«Perché, perché… perché devo far pascolare te! Beee Beee» disse Angela ridendo.

«Beee Beee» fece eco la bambina.

Quando entrarono nel bosco, l’aria si fece più fresca. Era bello camminare sul tappeto di aghi dei larici, profumato e morbido sotto le scarpe.

«Mi racconti la fiaba mamma?»

«Certo, adesso te la racconto, ma prima devi sapere una cosa: perché si realizzi la magia della fiaba non possiamo mai smettere di camminare, solo quando avrò quasi finito potremo fare una sosta e riposarci un attimo. Sei pronta?»

«Pronta!» disse Matilde battendo le mani.

«Tanto tempo fa, ancora prima che arrivassero i pastori, in questa valle c’era un castello.»

«Un castello?! E adesso dov’è?» chiese Matilde smettendo per un attimo di camminare.

«No, non ti fermare» le disse l’Angela seria «te lo spiego mentre camminiamo, lascia parlare me. C’era un castello dove viveva una famiglia felice con tanti bellissimi bambini. La più piccola si chiamava Nina e, a differenza di tutti gli altri, aveva i capelli biondi biondi, e quando c’era il sole brillavano come l’oro.»

«E poi cos’è successo?»

«Un attimo Matilde», disse Angela mentre prendeva fiato sul sentiero ripido. «A Nina piaceva uscire sulla torre del castello per far luccicare sui capelli al sole, ma un giorno un corvo tutto nero e cattivo iniziò a girarle attorno. Craaa craaa faceva il corvo»

«Craaa Craaa» le fece il verso Matilde.

«Un giorno il corvo, sempre più invidioso dell’oro dei capelli di Nina, la rapì. La prese con gli artigli e la portò via con sé. Volarono a lungo, sopra boschi, pietraie e nevai, fino a quando arrivarono al lago. Adesso» disse Angela alla bambina «contiamo dieci passi e poi ti racconterò il finale della fiaba.»

«Uno, due, tre…»

Quando Matilde arrivò a dieci, Angela la invitò a sedersi.

«Adesso possiamo riposare un attimo, perché il volo del corvo fu molto, molto lungo. Avrebbe voluto lui quei capelli colore dell’oro, così portò in giro Nina tutto il giorno, fino al tramonto. Nina era quasi felice di volare, pensava che il corvo, volando, fosse diventato suo amico… Ma invece la bestiaccia stava cercando il lago, e quando lo vide si gettò a tutta velocità verso di esso, e non appena vi fu sopra lasciò cadere Nina»

Matilde si mise una mano davanti alla bocca e sgranò gli occhi, quasi fosse lì, a vedere la scena.

«Forza andiamo, manca pochissimo ad arrivare al lago e quando saremo lì ti racconterò la fine.»

Madre e figlia camminarono ancora una ventina di minuti, ormai la conca del lago era in vista e presto entrambe raggiunsero lo specchio d’acqua. Angela vide le acque verdi e piatte attraverso un velo di sudore. Si rivide bambina per mano alla Tilde, guardare fissa dentro l’acqua alla ricerca del pesciolino dalle pinne d’oro. Prese un respiro profondo.

«Ma prima che Nina finisse inghiottita dalle acque, dal lago uscì una fata bellissima con i capelli biondi e lunghi come quelli di Nina. La bambina finì tra le sue braccia e la fata, con i suoi poteri magici, la trasformò in un pesciolino con le pinne d’oro. Il pesciolino è vivo ancora oggi e nelle giornate di sole, le bambine più fortunate riescono a vedere luccicare le sue pinne.»

«Voglio vederlo, voglio vederlo!» Disse Angela.

«Adesso andiamo in riva al lago, così puoi guardare per bene dentro l’acqua, ma sappi che non è facile vederlo, è un pesciolino che sta sempre nascosto. »

Si avvicinarono alla riva. Angela cercò di ricordare dove la Tilde aveva seppellito il panno bianco. Ricordava di aver raccolto due legni e di aver messo insieme una piccola croce, ma ne era passato di tempo! Si sedettero sulla riva. Angela si abbracciò le ginocchia mentre Matilde volle a tutti i costi bagnarsi i piedi.

«Guarda che è fredda!» le disse Angela, ma Matilde era troppo presa dal pesciolino dalle pinne d’oro per preoccuparsi del freddo.

Guardò la bambina mentre si bagnava i piedi e pensò a che cosa ne sarebbe stato di Nina, se le cose non fossero andate com’erano andate. Dov’erano gli Zampitelli? Che cosa facevano i loro figli? L’immagine di una tavola imbandita, il rumore delle scodelle, il profumo della polenta e il gusto del latte si riaffacciarono prepotenti alla sua mente. Com’era contenta la Tilde quando la tavola era affollata, quando doveva gridare come una matta per avere un po’ di silenzio! Ripensò all’ultima estate che aveva passato all’alpeggio, quando giocava da sola perché tutti se n’erano andati e quando anche a loro, a un certo punto, non restò che andarsene. Sorrise alla bambina che era stata, e che trotterellava un po’ felice un po’ no, dietro le vacche del Piero. Ci era tornata poco, in montagna, e fin dei conti andava bene così. Solo, la notte prima aveva sognato il lago, aveva sognato che Tilde tirava fuori Nina dalle acque. Allora aveva pensato che forse era ora di tornare, che Nina l’aveva chiamata per far sì che non si dimenticasse di lei.

Una brezza sottile increspava appena il filo dell’acqua mentre le nubi a tratti oscuravano il sole che poi riappariva gettando lame di luce sulla superficie.

«L’ho visto, l’ho visto!» gridò a un certo punto Matilde. «Mamma, l’ho visto!»

«Vieni qui, fatti dare un bacio, bambina fortunata!» disse Angela tirandosi vicino la figlia e stampandole rumorosamente le labbra in fronte. «Davvero l’hai visto?»

«Sììì!» rispose Matilde sollevando le braccia, «ho visto la pinna tutta luccicante!»

«Bene,» ribatté la madre «allora adesso possiamo fare merenda» e tolse dallo zainetto un panino con il formaggio, avvolto nella stagnola. «Avrai fame!»

«Ma Nina non torna più?» chiese Matilde con la bocca piena «Resta sempre un pesciolino?»

«Sì, Matilde, l’incantesimo non si può sciogliere, nemmeno con le fate.»

Angela lasciò che la bambina finisse il panino. La brezza si era fatta più pungente e il sole calava lento dietro i larici. Il caldo prepotente della salita era già un lontano ricordo. «Tieni qualche briciola» disse «le diamo a Nina e ai suoi amici.»

Insieme si avvicinarono nuovamente alla riva. La bambina gettò le briciole nell’acqua. «Vieni Nina, vieni!»

«Adesso andiamo Matilde, inizia a far fresco, saluta Nina»

«No, dài, aspetta, voglio vedere ancora una volta il pesciolino!»

«Eggià» le disse Angela «guarda che il pesciolino non si fa vedere quasi mai da nessuno, hai avuto molta fortuna sai? Ma non pensare di riuscire a vederlo due volte! Forza, saluta Nina»

«Ciao Nina, ciaooo» si arrese Matilde.

«Ciao Nina» ripeté Angela sottovoce.

Lentamente si allontanarono dal lago. Il sentiero era in ombra e il pomeriggio si era fatto dolce e fresco, come quando il Piero cominciava a richiamare le vacche per portarle in stalla e per i bambini dell’alpe era quasi l’ora dei giochi. Angela sorrise. “Ciao, Nina!” urlò questa volta, in direzione del lago. E prendendo per mano la bambina tornò lentamente verso le baite, che se ne stavano avvolte nell’ombra, come animali addormentati.

 

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