LA PROMESSA

Posted On gennaio 10, 2019

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basei

Era voluto partire da solo. Aveva aspettato che la meteo fosse perfetta e non si era nemmeno inventato una balla, una qualsiasi, per lasciare a casa il suo socio.
«Ma non lo so cosa faccio settimana prossima. Hai studiato quello che ti ho mandato?» Aveva detto cercando di sviare la sua attenzione su altro.

«Va che sei vecchio per le solitarie» gli aveva ghignato quell’altro, con gli occhi piccoli e la schiuma della birra ancora sulle labbra.

«Ho ben ancora da venire vecchio, parla per te.»

Se n’era andato così, senza neanche bere, che spiegazioni mica aveva voglia di darne. Era la sua montagna, e allora? Per quella salita non voleva nessuno e bon, che lo lasciassero stare.
 Lo zaino lo aveva già preparato e quando arrivò a casa poté coricarsi presto. Per rilassarsi fece mentalmente l’inventario delle cose più importanti: i ramponi, uno spezzone di corda, la pila frontale, la picca, gli occhiali da sole, la borraccia… con uno scatto si sedette sul letto. Il fazzoletto, il fazzoletto di suo fratello. Possibile che stesse per dimenticarlo?

“Allora, sei pronto? Muoviti, è tardi!”. Usciti di casa di nascosto, come i ladri, che ai genitori queste cose si dicevano una volta fatte. Partiti a passo veloce: arrivare sul ghiacciaio il
prima possibile, questo dovevano fare. Il cielo bucato di luna piena, gli alberi scuri e severi, fruscio di foglie e passi e respiri. Salgono in fretta. Sotto i piedi gli aghi di larice, nel naso profumo di miele, poi terra compatta, poi pietre, l’aria che si fa frizzante. Arrivano ai piedi del ghiacciaio che è stata quasi una corsa. Suo fratello piega le gambe, preme con le mani sopra i ginocchi, respira forte.

“Colpa tua, che sei voluto venire. Si fa fatica in montagna.”


“E allora faremo fatica” gli risponde con una cosa a metà tra un sorriso e una smorfia “non voglio che ci vai, in cima senza di me”

La mattina in qualche modo è arrivata. Ha dormito così così, come sempre prima di un’ascensione impegnativa. Addenta una fetta di pane spalmata di marmellata e beve un goccio di tè, ma poi lascia lì tutto, lo stomaco asserragliato in una morsa senza nome.

Buio e fresco fuori. Non è mica diverso da tante altre volte. Alberi, sentiero, passi. Infila la mano in tasca per essere sicuro che il fazzoletto ci sia e attacca di buon passo. All’improvviso sente un rumore deciso, di foglie che si muovono e di rami che si rompono. Il fascio di luce della frontale incrocia la sagoma di un cerbiatto, che attraversa il sentiero di una corsa timida e fulminea e sparisce nel nero del bosco così, come era comparso. Sorride scuotendo la testa e inspira rumorosamente. L’odore del selvatico gli riporta i giorni di caccia, lo studio delle impronte, i lunghi appostamenti, le luci di un’altra stagione. Continua a salire, il cielo poco a poco schiarisce, la Stella del Mattino.

Arriva nella grande conca glaciale, dove ancora è il regno dell’ombra. Grandi chiazze di neve da cui fuggono rivoli d’acqua, nervosi e scattanti. Neve che ricopre a tratti il sentiero, neve che sfonda, che fa il passo stentato di tosse. Attorno le cime, come denti aguzzi di cane e, nascosta ancora alla vista, la sua vetta, la cresta inconfondibile. «Cammina,» dice a se stesso «vai avanti e cammina.» Il cielo si fa rosa.

Arrivati sul ghiacciaio infilano l’imbrago e si legano. Il fratello maggiore conduce la cordata. La neve scricchiola piacevolmente sotto i ramponi, è portante e non si fa troppa fatica. La corda, però, si strattona un po’ troppo spesso.

“Ma allora, che fai?” Ha poca pazienza e soprattutto non lo voleva suo fratello. Era la sua cima, soltanto sua, e invece no, aveva voluto venirci a tutti i costi quell’impiccione. E adesso guardalo, che nemmeno ce la fa.
“Aspetta, io mi fermo qui” gli dice in un fiato. Ha affrontato la salita troppo velocemente, forse non ha mangiato a sufficienza, o forse ha dormito poco. Sta di fatto che non ha più forze per proseguire. Lui, primo di cordata, sbuffa. “Qui non è un buon posto, non ti puoi fermare” gli dice secco. “Dobbiamo proseguire fino al colle, lì mi potrai aspettare, mentre io salgo alla cima”. Suo malgrado, rallenta il passo, ma in fondo è quasi contento, è la sua montagna e in cima ci andrà da solo. Come voleva lui. Prima di ripartire lo guarda fisso negli occhi, che sia ben chiaro: “Al colle ci sleghiamo, e tu mi aspetti lì, fermo immobile.” E lo dice di rabbia, puntando l’indice. Riparte, senza aspettare risposta.

Si è fatto giorno ormai, e non è il cielo che speravano. Velature alte che non portano niente di buono. Bisognerà essere veloci a scendere. Affrontano un traverso delicato prima del colle. Deve rallentare ancora.

Lo sguardo viene attratto da un branco di camosci, fermi su una rupe. Rallenta il passo a guardarli, spera che si muovano. È bello vederli salire: i loro corpi nervosi e scattanti sembrano non conoscere fatica, la loro velocità è piena di grazia.
 Intanto, un raggio di sole ha preso di sguincio una delle cime più alte e l’ha fatta d’oro, le getta un’occhiata. Arriva all’attacco del ghiacciaio e finalmente la neve si fa migliore. Prende la picca e va avanti. L’andatura è fluida, la neve dura rende tutto più facile. Perché ha aspettato tutto questo tempo per tornare alla sua montagna? Le domande non portano mai nulla di buono, lo sa bene. Si concentra sui movimenti: la picca da piantare a ogni passo, guardare dove si mettono i piedi, regolare il respiro. Essere piede e respiro, per questo ci viene in montagna. Intanto, si fa giorno, la neve luccica in lontananza, il cielo è di un azzurro conosciuto, un piccolo rapace si gode le termiche. Attacca il traverso sotto il colle, in un paio di punti deve prestare attenzione al ghiaccio vivo, è costretto a rallentare, poi torna a salire deciso. Finalmente, al colle si ferma. Si toglie lo zaino, lo appoggia, estrae la borraccia e beve due piccoli sorsi d’acqua. Ancora mette la mano in tasca per sincerarsi che fazzoletto sia sempre lì, poi deciso riparte.

Al colle si slegano. Le velature, intanto, si sono fatte più dense, lui decide di proseguire. “Tu sta qui, fermo qui e mi aspetti, hai capito? Non ti muovi di qui, non ti devi muovere di qui”, che quasi lo urla. Riparte rabbioso, mentre il fratello si appoggia al grosso ometto che segna il colle.
“Se aspettiamo qualche minuto, magari mi riprendo. Mi avevi promesso che l’avremmo fatta insieme la cima”

“Non c’è da aspettare con questo tempo, e non ti ho mai promesso niente” gli risponde burbero. Presto si alza un vento freddo, il fratello si accuccia, si raggomitola nella giacca a vento. I primi metri di cresta non sono difficili, poi il terreno si fa più tormentato. Ci sono rocce da aggirare, piccoli salti da arrampicare, tratti aerei. Il ragazzo procede da solo, inevitabilmente rallenta. Affronta un passo di secondo grado e una volta uscito riesce a vedere il percorso fino alla croce. Capisce che lo sviluppo è ancora lungo, ma soprattutto si sente inquieto. Se soltanto fosse venuto da solo. Prosegue per qualche metro, poi pianta la picca con rabbia nella neve. Deve tornare. Non può lasciarlo ad aspettare per tutto quel tempo, al freddo, con la meteo che si guasta. Deve tornare e bon, non se ne fa niente.

Ah lo ricorda bene. Dal colle in poi iniziava la fatica vera. E se c’era da far fatica, lui l’avrebbe fatta, altro che vecchio. Cerca la traccia migliore e sceglie di aggirare le prime roccette, piuttosto che scalarle, poi si riporta sul filo. Camminare in cresta gli è sempre piaciuto, come essere a cavallo, di due mondi, una cosa quasi da bambini. A destra, l’occhio è rapito dalla distesa immensa del ghiacciaio di Trallo. A sinistra, la montagna dirupa decisa, un salto nel vuoto che quasi dà fin fastidio a guardarlo, anche a lui. Da tanto non ricordava una giornata così tersa, che era stata una stagione ballerina, quella. Respira soddisfatto. Anche i passaggi di misto gli piacciono e li affronta sicuro. Arriva alla paretina di secondo grado. Quanto tempo è passato. Pianta il rampone facendo attenzione al ghiaccio, la supera in due facili movimenti e come allora vede in lontananza la croce. Unico suono, lo stridio del falchetto, lo guarda: è un esemplare giovane.
Sa che la cresta è ancora lunga e in montagna meglio non perder tempo.

A malincuore, volge indietro i passi, cercando di velocizzare il più possibile il ritorno. Il vento adesso è teso, starà soffrendo freddo, pensa. Peggio per lui, si risponde, gli avevo ben detto di non venire. Ci mette più tempo di quanto avrebbe voluto e, e una volta giunto al colle, capisce il motivo dell’inquietudine, capisce perché è tornato indietro. Il colle è avvolto nelle nubi e suo fratello non c’è. A gran voce lo chiama, urla il suo nome, non sente risposta. Le nubi basse non permettono di spaziare con lo sguardo, il vento copre i suoni. Ancora lo chiama, niente. Decide di abbassarsi, sempre urla il suo nome, con furia. Segue la traccia. A un certo punto si ferma. Le tracce sono due. Si appoggia alla picca, cade in ginocchio. Nella neve, trova un fazzoletto colorato.

Procede ora sul filo di cresta, ora aggirando le rocce a destra o a sinistra. È un gioco infinito di dentro e fuori, di scrutare la montagna per trovarne il punto debole e infilarcisi, come farle un dispetto, che quasi si diverte. Quanto tempo passa così? Un’ora, forse un’ora e mezza. A volte accade che è il tempo a perdersi, e a un certo punto sei arrivato. O quasi. Mancano poche decine di metri alla croce di vetta, e ormai le difficoltà sono finite, il sole è quasi alto. «Dai che sei fuori!» avrebbe detto al suo socio. O a suo fratello. Si ferma e respira. Essere solo lo fa star bene.

“Però quando salirai il pizzo di Zucco mi porti con te. Promesso?”
“Promesso”. Gli aveva risposto. E poi l’aveva dimenticato. Era un patto tra ragazzi, fatto chissà perché, chissà quando, perso nelle cose di bambini, un patto che non aveva più avuto nessuna voglia di rispettare. “Però quando salirai il pizzo di Zucco mi porti con te. Promesso?”
Quella vetta la voleva da sempre soltanto per sé. E adesso mancavano davvero pochi minuti. “Mi avevi promesso che l’avremmo fatta insieme, la cima”

Si ferma, un respiro, manca davvero poco. Toglie il fazzoletto di tasca e lo nasconde in una piccola nicchia tra due rocce.

Tira su col naso, espira.

Può tornare indietro. Adesso, è solo silenzio.

[scritto qualche mese fa per un concorso del CAI Milano]

 

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