Sofismi e scialpinismi

Posted On maggio 1, 2016

Filed under Alpinismo per principianti, sci

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arbola

 

(Premessa: se siete scialpinisti di lungo corso, questo post non vi dirà niente, se sciate solo in pista, non vi dirà niente lo stesso. Quindi insomma, non so per chi l’ho scritto, ma ormai l’ho scritto). 

 

Ho imparato a sciare su un campo da golf quando avevo cinque anni. Negli anni Settanta, quando la neve a Natale era una certezza anche 600 metri d’altitudine, papà mi portava sui collinozzi innevati del green di Gignese, tra betulle e giovani faggi, trascinandomi per le racchette e gridando a gran voce “skiliift!”.

Papà non ha mai sciato in vita sua, nemmeno da giovane, però conosceva bene la teoria dello spazzaneve: “Tieni il busto a valle, porta il peso a destra, porta il peso a sinistra”. Correva davanti a me con i doposci di camoscio e disegnava le traiettorie.

Dopo avermi trasmesso i rudimenti della frenata a cristiania, decise che era tempo di affidarmi ai maestri del sci del Mottarone. Non credeva alle lezioni collettive, o forse aveva semplicemente capito che ero troppo imbranata. Ebbi quindi un maestro a disposizione per un numero imprecisato di lezioni e alla fine avevo più o meno “imparato a sciare”.

Come per tanti milanesi della mia generazione, lo sci fu la porta d’ingresso alle terre alte: levate all’alba, sbadigli in autostrada, sciate fino alla chiusura degli impianti, cioccolata calda e coda all’ora del rientro. Le montagne erano un fantastico panorama ma irrimediabilmente lontano, un orizzonte da guardare, ma sempre a debita distanza.

Sciare in pista mi ha regalato tanto divertimento, anzi, tanta felicità. Mi ha permesso di mettermi alla prova su terreni comunque protetti e credo che, onestamente, questo fosse l’unico modo in cui una come me, proveniente da una famiglia che con l’alpinismo non aveva nulla a che fare, oltre che completamente priva di intelligenza motoria e di spirito d’avventura, potesse avvicinarsi alla montagna senza venirne in qualche modo respinta.

Ci fu anche un momento particolarmente buio nella mia vita, in cui toccò avere a che fare con quella strana cosa che sono gli attacchi di panico. Non sono sicura che si guarisca mai veramente dalla paura della paura, ma se dovessi pensare al momento in cui mi sono sentita in qualche modo fuori dal guado, fu quando, tornata letteralmente in pista dopo diversi mesi in cui faticavo a uscire di casa, mi risolsi ad affrontare da sola il muro del Valgussera di Foppolo.

Ricordo farsi strada piano piano l’euforia che prende su certi terreni appena un po’ ripidi, quando il tuo corpo, gli sci, la neve e anche il cielo sembrano per qualche breve istante essere una cosa sola. Quando sai perfettamente che cosa devi fare. Alla fine del muro, sentii che in qualche modo ero tornata, anche se non avevo perfettamente chiaro da dove.

È da soli due anni che ho praticamente abbandonato le piste a favore di pelli e neve fresca. Ogni tanto mi chiedo perché abbia aspettato tanto. Di fatto, prima che lo scialpinismo si facesse spazio anche solo nella mia mente, ho salito qualche facile via normale, ho camminato lungo sentieri selvaggi, guadato torrenti a piedi nudi, fatto pochi e maldestri tentativi di arrampicata. Credo insomma di aver dovuto iniziare, anche se in maniera quasi inconscia, un percorso di apprendimento sul campo per capire che la montagna non è l’ambiente idilliaco e addomesticato in cui mi ero sempre mossa fino ad allora.

Per significare “nella natura selvaggia”, gli Americani utilizzano spesso il termine “out there”, una locuzione mirabilmente sintetica e per noi pressoché intraducibile, perché l’aggettivo “selvaggio” ha qualcosa di romantico che nel più brutale “out there” sparisce del tutto. Per molti di loro, avvantaggiati dalla frequentazione di spazi sterminati e da un rapporto più naturale con gli ambienti poco antropizzati, la natura è semplicemente “out there”, il posto dove devi saperti muovere oppure sono fatti tuoi.

Comunque, tornando al giorno in cui abbandonai le piste, il primo impatto non fu particolarmente incoraggiante: io, out there, non riuscivo a restare in piedi. Una curva, una caduta, in maniera metodica. Ma così come anni prima mi ero accanita testardamente su tutte le piste nere che mi capitavano a tiro, prima di iscrivermi a un SA1 dedicai una stagione a macinare i fuori pista a bordo pista. Con risultati discutibili. Non mi iscrissi quell’anno e nemmeno quello dopo, quando sulla facilissima cresta del monte Ziccher il mio compagno mi disse senza troppe cerimonie: “non puoi fare il corso se ti muovi così male su una cresta come questa”.

Alla fine, però, è molto difficile che io rinunci a qualcosa di cui intraveda l’importanza. Così, dopo la prima uscita al Pian dei Cavalli  – il toponimo è indice della difficoltà del percorso – e dopo aver completato questo sospirato SA1, allo scialpinismo sto prendendo gusto, nonostante, o più probabilmente proprio a causa dell’immensa fatica che mi ha richiesto e mi richiede abbandonare la mia zona di comfort.

La montagna mi ha regalato tanto senza mai regalarmi niente. Il poco che riesco a fare è frutto di una testardaggine che sorprende me stessa per prima – non supportata da nessuna predisposizione – e dell’aiuto delle persone che hanno voglia di muoversi con me.

Ogni salita e ogni discesa che faccio è come se allargasse un tantino il raggio del mio “si può fare”, ma mentre scrivo queste stesse righe sento che portare tutto alla sfera motivazionale sarebbe veramente riduttivo. Alla fine penso che l’andare in montagna, che l’abbandonare le piste non abbia tanto a che fare col “portarsi a casa qualcosa” – per farne che? – ma con il lasciare qualcosa lassù. C’è un altro termine americano che viene in auto qui ed è Mindfulness – a sua volta traduzione della parola “Sati” in lingua Pali,  che significa essenzialmente consapevolezza, nel senso dell’attenzione non giudicante al qui e ora. Si tratta, credo, di essere tutt’uno con gli elementi al di fuori di noi, di diventare neve, vento, sole o ghiaccio. Si tratta di una delle pochissime occasioni che oggi ci vengono date per dimenticarsi del proprio sé più strutturato e ritrovare infine la nostra dimensione “animale”, talmente perduta da non sapere più quanto forte sia il nostro bisogno di essa.

 

 

 

 

 

 

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Le “Tracce Bianche” di Alberto Paleari e Erminio Ferrari: quando ciaspolare fa rima con alpinismo

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Frequento la Val d’Ossola da sempre, ma solo l’anno scorso ho iniziato a utilizzare le ciaspole con una certa regolarità. Si sa, con la neve cambia tutto. Sentieri facili d’estate diventano meno facili, tracce che spariscono, tracce che si formano e quelle distese bianche che fanno bene all’anima e al cuore. Sembra quasi di disturbare, quando si arriva infine in certi alpeggi, dove la coltre bianca – quanta quest’anno! – lascia scorgere solo finestre come occhi assonnati.

Insomma, le ciaspole aprono un mondo. E vanno anche oltre. Alberto Paleari abita a Gignese, poco lontano da casa mia. Da poco ha pubblicato “Tracce Bianche”, un libro che propone un uso un po’ più ardito della ciaspola rispetto alla classica passeggiata nel bosco (che pure non è da disdegnare). Così ho deciso di incontrarlo per farmi raccontare del libro e per chiacchierare un po’ di una terra  – l’Ossola – che amo tantissimo.

Qui sotto l’articolo pubblicato su PlanetMountain.com

Una piccola casa editrice che nasce da una grande passione, anzi due: quella per la montagna e quella per la scrittura. Livia Olivelli e Alberto Paleari raccontano così la (giovane) storia di Monterosa Edizioni. Il vicino esordio è del 2012, con il libro dedicato al Mottarone e in progetto c’è una nuova, piccola collana di letteratura di montagna che si chiamerà “Le Parusciole” (le cinciallegre in dialetto piemontese). Il primo libro in programma, “Kerguélen Il mistero della montagna in mezzo al mare” è una riscrittura di un libro di Alberto Paleari del 1989 e dovrebbe uscire nei primi mesi del 2014.

“Tracce Bianche” è invece l’ultima fatica editoriale di Alberto Paleari, una guida scritta a quattro mani insieme all’amico di sempre Erminio Ferrari e dedicata a percorsi per scialpinisti e ciaspolatori in terra ossolana. Lo abbiamo incontrato per raccontarci qualcosa di questo libro e di una terra affascinante, l’Ossola, di cui è grande conoscitore.

Le ciaspole hanno conosciuto grande diffusione negli ultimi anni, ma la novità di questo libro è l’uso alpinistico della ciaspola non solo passeggiate ma anche cime, dunque…
Tracce Bianche è un libro che deriva soprattutto dalla mia esperienza di alpinista e, in particolare, dalle tante salite invernali che ho fatto. Negli anni 70, le “invernali” erano molto di moda e già allora, quando si trattava di salire un versante più tecnico e scenderne un altro più facile, la ciaspola veniva usata abitualmente, perché in tante situazioni risulta più maneggevole rispetto allo sci. La mia esperienza con le ciaspole si limitava quindi più o meno a questo, mentre Erminio Ferrari, che non sa sciare assolutamente pur essendo un ottimo alpinista, vive la montagna d’inverno solo con le ciaspole. Così, ci è venuta l’idea di andare in giro insieme e abbiamo creato una raccolta di escursioni adatte sia agli scialpinisti sia ai ciaspolatori. Per alcune di queste, che partono da altezze attorno agli 800 m (Valstrona, Val Cannobina) sono più comode le ciaspole, perché ci possono essere lunghi tratti nel bosco, altri invece sono più gratificanti con gli sci. Il libro raccoglie alcuni percorsi inediti e altri che invece sono dei gran classici e nel complesso è un lavoro che ci ha soddisfatto.

Ogni volta che succede qualche tragedia in montagna si parla di subito di divieti e di obblighi: il livello di consapevolezza di chi pratica alpinismo o scialpinismo negli ultimi anni è cresciuto secondo lei?
Devo dire che, in realtà, io mi stupisco di quanti pochi incidenti succedano. A me è capitato diverse volte – soprattutto con gli sci – di rinunciare alla gita perché ritenevo fosse pericoloso, e poi di leggere su Internet relazioni di chi sugli stessi itinerari, lo stesso giorno aveva fatto un po’ di tutto. Considerando anche il numero di persone che negli ultimi anni sono messe a praticare lo sci alpinismo – non si può certo dire che sia ancora uno sport d’élite, anzi – direi che gli incidenti non sono poi così tanti. Io stesso, peraltro, non credo di essere un esempio di prudenza, già due volte mi è successo di sopravvivere a una valanga, ma di sicuro ci sono persone che osano e rischiano più di me. E non è detto che non sappiano valutare, molto spesso probabilmente sono in grado di farlo, altrimenti gli incidenti sarebbero sicuramente di più.

Secondo il suo osservatorio di guida alpina ma soprattutto di grande conoscitore dell’Ossola, quali sono le maggiori difficoltà nella valorizzazione di questo territorio?
In questo periodo, passando in Val Vigezzo, ho notato che tre quarti degli alberghi sono chiusi, perché hanno completamente rinunciato alla stagione invernale. Ciò accade nonostante la valle sia meravigliosa per lo sci alpinismo e per le ciaspole, soprattutto in anni come questo, quando l’innevamento è perfetto. Purtroppo il comprensorio sciistico è limitato, ma è evidente che nessuno ha fino a oggi scommesso veramente su proposte alternative allo sci. La Val Vigezzo, come anche Macugnaga, ha poi il problema delle seconde case, che dopo un certo numero di anni finiscono per rimanere vuote e questo non aiuta certo il turismo. Macugnaga, per esempio, è un villaggio alpino di grande bellezza e potrebbe puntare sulla cultura alpina con una biblioteca e un centro dedicato alla storia dell’alpinismo, ai miti legati al Monte Rosa, alle epopee di chi lo ha vissuto. Del resto, i suoi percorsi alpinistici sono quasi tutti molto impegnativi e il comprensorio sciistico è ripido e relativamente piccolo, quindi la mossa vincente potrebbe proprio essere quella di valorizzare la cultura. La Val Formazza, invece, dovrebbe decidere se vuol essere una valle turistica o una valle mineraria, visto il numero di cave attive. Al momento la rivelazione turistica di tutta l’Ossola è l’Alpe Devero, che forse ha fatto delle scelte giuste, non avendo costruito altro rispetto all’esistente se non la strada, e riuscendo in ogni caso a isolare le auto. Adesso c’è un progetto relativo al collegamento sciistico con San Domenico, non particolarmente auspicabile a dire il vero, soprattutto essendo all’interno di un area-Parco.

Secondo lei che cosa cerca, oggi chi va in montagna?
Prima di tutto credo che chi va in montagna cerchi la vita all’aria aperta e il contatto con la natura. In questo senso per me l’arrampicata è l’attività che dà le sensazioni più belle, sia per l’idea di poter vincere il vuoto, sia a livello tattile, per il contatto con la roccia. Sicuramente poi entrano in gioco elementi come l’ambizione e l’emulazione ma credo che la prima delle cose che attrae chi va in montagna sia proprio la vicinanza con la natura. In Italia, le montagne sono gli unici spazi di contatto con l’ambiente, non abbiamo deserti o grandi praterie, se vogliamo isolarci e restare da soli nella natura tipicamente andiamo in montagna.

Se dovesse consigliare una “traccia bianca” tra tutte, quale sarebbe?
Sicuramente la Punta d’Arbola, che non è difficile e può regalare una bellissima due giorni dormendo al rifugio Margaroli, è un’ottima escursione sia con le ciaspole che con gli sci, e l’inverno è così benevolo da nascondere l’invadenza dei tralicci, di cui purtroppo la Val Formazza è rimasta vittima, pur restando un bellissimo posto.

Sciare ad Andermatt tra piste (nere) e fuoripista

Posted On ottobre 21, 2012

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Complice la chiacchierata con un’amica, ho realizzato che su questo blog non ho parlato dell’attività che in montagna pratico da più tempo e per la quale sono meno dummy (si fa per dire): lo sci!

Così, anche in vista dell’apertura di una stagione che si spera ricca e proficua, eccomi a raccontare di un posto che per tanti motivi mi è piaciuto tantissimo: Andermatt! Andermatt – Cantone di Uri, valle di Orsera – è più nota a chi fa scialpinismo rispetto a chi, come me, appena è fuori dal battuto non sa letteralmente da che parte girarsi…ma è un’ottima palestra per imparare! Il comprensorio, infatti, ha tantissimi chilometri di fuoripista che loro chiamano “demarcato”: si tratta in pratica di aree non battute ma comunque vicino alle piste e tenute in sicurezza, un’ottima scuola per mettersi alla prova su neve più o meno fresca. La prima volta che ci sono stata, appena fuori dal tunnel del Gottardo il termometro ha iniziato a precipitare e si è assestato nel parcheggio delle funivie sui…meno 17! C’è da dire però che per scaldarsi e dimenticare in pochi minuti il significato della parola “freddo” basta salire a Gemsstock (la parte più impegnativa del comprensorio) e lanciarsi lungo il tracciato Bernhard-Russi-Run, la pista nera dedicata al campione olimpico nato proprio ad Andermatt! Ho fatto questa pista due o tre volte mentre il mio socio (decisamente a un altro livello) si dilettava sui percorsi non battuti. A dire il vero avevo provato anche io ma, visto il risultato dopo le prime due curve, e un non edificante rientro in pista risalendo a scaletta da un ginepraio in cui mi ero cacciata, per quel giorno ho lasciato perdere.

La pista inizia – se non ricordo male – con un bel traverso in leggera contropendenza, dopodiché alterna una serie di muri belli ripidi che mettono a dura prova le gambe…per almeno 4 km, senza concedere molta tregua. Se non si è ancora stanchi si può scendere fino al paese attraverso la nera di rientro, che è probabilmente il proseguimento della Bernhard Russi Run e che dà il colpo di grazia alle gambe con una serie di simpatiche cunette. Per chi ama i percorsi un po’ impegnativi la soddisfazione è garantita. Comunque, ad Andermatt ci sono tornata anche una seconda volta e con la neve fresca è andata un pochino meglio. Mi sono fatta furba e ho affrontato il pendio dalla parte  più battuta e ho insistito facendo il tracciato due volte. Certo, lo stile è un’altra cosa ma non è che proprio si possa aver tutto! Andermatt ha anche un altro versante con più semplici, adatte anche ai bambini, che però io non ho visto.

Il paese poi è davvero un gioiellino e ci si arriva anche con il Glacier Express, che permette di raggiungere comodamente anche le altre località sciistiche della zona. La cosa che mi piacerebbe di più sarebbe passare una mezza giornata sui tracciati di Andermatt con un maestro che mi spieghi i segreti della neve fresca. Che sia ora di un corso di scialpinismo? Ne esiste uno for dummies?

Volete fare un giro per Andermatt con lo stesso Russi e le guide locali? ecco qui http://www.makingofandermatt.ch/gallery/ oppure qui http://www.makingofandermatt.ch/destination/skiing-in-the-swiss-alps/