Il rifugio

Posted On luglio 18, 2017

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NOI

 

“E quando il dolore vi sembrerà troppo forte dovete pensare a un luogo dove rifugiarvi, un luogo che amate molto, che vi faccia sentire bene, che vi faccia sentire al sicuro. Quindi pensate adesso a quale possa essere quel luogo, perché dopo sarà tardi”.

A mia cugina B. avevano detto più o meno così al corso preparto. E lei aveva pensato alla Val Lasties, e al prato delle stelle alpine. Nel momento del dolore, si sarebbe rifugiata lì.

La Val Lasties, nelle dolomiti di Fassa, sale dal pian degli Schiavaneis fino alla forcella dei Camosci. E’ una specie di canyon, tra le enormi pareti del Piz Ciavàzes e del Sass Pordoi, sorvegliata dalla portentosa torre del Siella. Ci andai per la prima volta nel 1993, erano i primi anni che andavo in montagna e fu anche l’ultima vacanza che io e i miei cugini facemmo tutti insieme. Furono giorni magici, spensierati, innocenti e benedetti dal sole: ci lanciavamo in grandi dislivelli con poca attrezzatura e niente allenamento, non sapevamo cosa fossero gradi, spit o ramponi. Arrivare in vetta, a un rifugio o a un passo era la stessa cosa, l’incanto era il medesimo, bastava la magia di esserci, tra quelle rocce, a respirare quell’aria e riempirsi gli occhi di quelle pareti, di quegli alberi di quei fiori e niente altro.

La gita alla Val Lasties l’avevo proposta io dopo aver letto questa medesima descrizione che ho casualmente ritrovato in rete. Ricordo perfettamente come mi risuonarono queste parole “tutti lo sanno, pochi ci vanno. Perché? Non si sa”. E andiamoci allora! Avevo rotto le scatole mica poco. Lo ricordo bene. La sera prima aveva fatto temporale e la mattina non era ancora perfettamente limpido. Le pareti si sfumavano perse tra le nubi, brividi di umidità e qualche vaga puntura d’inquietudine. “La Valle delle streghe a qualsiasi costo” aveva detto R. prendendomi un po’ in giro, ed eravamo partiti. Lui si era portato anche delle corde, non so se per salire alla cima o se per il tratto attrezzato che poi ci guardammo bene dal fare.

Salimmo fino al rifugio tra nubi di condensa, pareti nere e tentativi di raggi di sole subito ricacciati. Ci pensarono le stelle alpine sui radi prati ad addolcire il nostro incedere.  Poi l’altopiano del Siella, un deserto di pietra e uno sguardo giù, verso le quinte della Val de Mezdì, che mi faceva paura anche solo affacciarmi. Alla fine, solo alla fine, la sagoma del rifugio, una forma familiare, un profumo da che fame, un chissenefrega della cima, che tra poco piove, un piatto di canederli fumanti.

Tu avevi questo rito, che una volta arrivato dovevi cambiare la maglietta. Io sostenevo che era meglio farsela asciugare addosso, ma la verità è che le magliette di cambio continuo a dimenticarle, anche adesso. Avevi borbottato un po’ per le nubi, per il tempo, ma eri fatto così, borbottavi sempre per qualcosa, di sicuro però il posto ti piaceva.

Era freddo fuori, ma il calore del rifugio e il sapore dei canederli era tutto quello di cui avevamo bisogno. Felici, lo eravamo già.  Tutta quella vacanza, fatta di piccole cose e di grandi risate fu indimenticabile, ma quel giorno lì credo (e spero) sia stato magico per ciascuno di noi. Per me è stata l’escursione che mi ha fatto amare la montagna, in maniera totale e definitiva. Non ci fu grande fatica, non ci furono difficoltà, solo meraviglia, stupore, appartenenza. Solo noi, tutti insieme. Spero che la Val Lasties sia stata magica anche per te. Ci siamo tornati più volte, anche insieme, su quelle montagne, ma è stato inevitabilmente diverso, non meno bello, solo diverso.

Anche oggi il dolore sembra troppo forte. Anche oggi la Val Lasties è il nostro rifugio. So che ci aspetti lì, in cima, con una maglietta di cambio pronta per ognuno di noi.

 

 

 

Stelle alpine d’inverno

Posted On gennaio 1, 2017

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stella

 

Non amo fare bilanci di fine anno. Soprattutto, non sono in grado di farne perché dimentico tutto, a partire dagli obiettivi che mi ero data. E infatti, a scanso di equivoci, il post lo scrivo oggi che è già l’anno nuovo.

Anni fa mi feci fare un tatuaggio sulla caviglia. Con un incredibile guizzo di fantasia, scelsi il disegno di una stella alpina, senza nemmeno pensarci troppo. Nel linguaggio dei fiori – e questo credo di averlo imparato da piccola guardando “Lulù l’angelo dei fiori” – la stella alpina è il simbolo del coraggio. Credo che il mio volesse essere un tatuaggio aspirazionale, perché non posso dire che la mia vita sia costellata da atti di coraggio, tutt’altro. Poi però arrivano momenti in cui si deve almeno provare a essere all’altezza dei propri tatuaggi  sogni. È tutto quello che mi e vi auguro per i prossimi 365 giorni (non ringraziatemi, sarà dura).

Quasi un elogio della velocità

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Prodromo

“Mamma, mi sono iscritta alla maratona”
“Se hai fatto una cosa del genere io non ti parlo più. Mica voglio una figlia morta.”


 

Al trentaseiesimo chilometro sono effettivamente stanca. O forse ho solo paura di esserlo? Sicuramente le gambe sono un po’ rigide, ma mi sono trovata in situazioni peggiori. Per distrarmi dal GPS alzo il volume delle cuffie e inizio a canticchiare. La cosa più stupida del mondo, probabilmente, perché potrei semplicemente usare meglio il mio fiato e le mie energie, ma è quello che mi va di fare in questo momento e, in fondo, voglio solo divertirmi.

Piuttosto, com’è che in un piovoso 6 novembre qualsiasi io, che ho sempre detestato la corsa, mi trovo catapultata negli ultimi chilometri di una maratona?

Tutta colpa dello scialpinismo. Quando iniziai, pensavo di essere discretamente in forma, ma ogni volta che arrivavo in cima ero esaurita, avevo dato tutto – la gente si impietosiva e mi toglieva le pelli dagli sci mentre io prendevo fiato  –  e a quel punto, in discesa, mi riducevo a fare quello che gli americani chiamano survival-skiing, e che io ho sempre chiamato “portare a casa le gambe”. Non un grande divertimento, in effetti.

Così decisi di corricchiare la mattina al parco, senza nessuna pretesa. Una boccata di ossigeno prima di andare al lavoro, tra i campi e le rogge, mi metteva quasi di buon umore. Pochi mesi dopo incontrai il gruppo degli Adidas Runner  a Milano,  e con loro iniziai degli allenamenti più strutturati. Nacquero amicizie, progetti e piccole ambizioni. Nacque, soprattutto, la passione per la corsa e di questo ancora quasi non mi capacito. Dieci chilometri, poi quindici, ma a quel punto non vuoi farla una mezza maratona? E non poca sofferenza in tutto questo. Le ripetute sui trecento metri, che mi sembravano infinite, per non parlare, molto dopo, di quelle da mille. Con il buio, con la pioggia, con il freddo e con il caldo. Ma uscendo dall’ufficio non mi sono mai detta: “ma no, stasera vado a casa”, mai. Di quale demone sono preda? (Read More)

Di picca e di penna

Posted On settembre 24, 2016

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midi

 

Riflessioni a margine del blogger contest 2016 di Altitudini.it

Quando ho iniziato a scrivere questo blog non avevo le idee chiare su quale taglio volessi dargli. Non volevo limitarmi a una mera raccolta di relazioni – o forse lo volevo, ma non avevo e non ho la precisione e la costanza necessaria – ma faticavo a trovare un tono personale, faticavo e ancora spesso fatico a trovare la mia voce.

Credo che scrivere di montagna sia una delle cose più difficili da fare. È come camminare su una cresta sottile: da una parte il baratro della retorica, dall’altra quello dei luoghi comuni (quanto vi fa rabbrividire la locuzione “panorama mozzafiato”? Solo per limitarmi alla più abusata). Paradossale, se si pensa a quanto siano extra-ordinari i luoghi in cui ci avventuriamo, eppure non solo chi va per mare trova sirene a cui opporre il proprio fermo diniego.

Tempo fa frequentai un corso di teatro. L’insegnante ci chiese un esercizio apparentemente molto semplice: interpretare, attraverso la sola gestualità del corpo, un aggettivo da lei scelto. A un certo punto l’aggettivo fu “grande” e noi iniziammo a muoverci per l’aula mimando enormi rettangoli con la braccia, fingendo il sollevamento di carichi sovradimensionati, misurando il pavimento a passi troppo lunghi. A un certo punto, probabilmente stanca di questo spettacolo poco edificante, ci fermò: “Guardate che potrebbe anche essere solo così!” Piedi uniti, braccia lungo i fianchi, testa bassa che si solleva lentamente, occhi e bocca che si spalancano in una “O” muta.

Ecco, credo che scrivere bene di montagna richieda in qualche modo la fatica di restituire al lettore la grandezza rinunciando alle lusinghe della grandiosità, rinunciando alla grandeur, come direbbero i francesi. Un compito improbo e infinito, nel quale ciascuno deve avventurarsi da solo e trovare la propria via. Ma ci sono almeno due persone che possono guidarci su questo cammino accidentato. Due persone apparentemente lontanissime tra loro – una scrisse poco e scalò molto, l’altra scrisse moltissimo ma non credo sia mai andata per terre alte – ma che in qualche modo, per strade molto diverse, arrivano incredibilmente (?) a una conclusione molto simile.

Il mio articolo finisce qui perché, quando si passa la parola ai giganti, poi si può solo stare fermi a piedi uniti, braccia lungo i fianchi, testa bassa che lentamente si solleva, occhi e bocca spalancati in una “O” muta.

“Raccontare, parlare, è molto difficile. È sempre duro arrivare così vicino all’essenza della vita e poi, dopo, ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in simboli i concetti e la totalità dell’esperienza vissuta. Un’esperienza lunga e sofferta che mi ha permesso di capire una verità fondamentale: alla base di tutto, di ogni azione che l’uomo compie, deve esserci sempre l’Amore.”  Renato Casarotto

 

“Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata.” David Foster Wallace

 

 

 

 

Il bacio di Roman

Posted On settembre 15, 2016

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capre

Callimaco (credo fosse lui) diceva che un grande libro è un grande guaio. E’ una delle pochissime cose che ricordo della mia formazione classica naufragata tra i buchi della memoria e le tante inutilia che riempiono il tempo e la mente dei  giorni adulti. E’ forse per questa frase, mai sopita del tutto nella mia mente, che ho scritto sempre racconti molto corti, più o meno riusciti, ma corti. Fino a quando, complice un corso di scrittura creativa che sto facendo, ho deciso che era ora di misurarmi con un racconto lungo.

Il risultato è questo racconto e questo racconto è un disastro, fa acqua da tutte le parti ma ci ho lavorato buona parte dell’estate, quindi lo posto qui lo stesso, prima che la maestra me lo distrugga, poi magari lo tolgo.

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Quarantanove: c’erano tutte. Roman tirò il pesante catenaccio che serrava la porta della stalla e si sedette sulla panca con un sospiro di stanchezza e di sollievo.

Era l’ultima sera in alpeggio. L’aria era fresca e azzurra. Era ancora tempo d’estate, ma il buio ormai scendeva presto e le mattine si facevano più pigre a scaldarsi. L’indomani il gregge sarebbe sceso al paese.

Roman guardò giù il borgo a fondovalle che accendeva le prime luci. Tra poche ore le sue vie si sarebbero vestite a festa, le bancarelle del mercato avrebbero esposto le loro merci colorate, la banda suonato le sue marcette e la grande cucina da campo a rimestato polenta e grigliato carne.

Era salito all’alpeggio il 15 giugno, un giorno grigio di nebbia che negava le montagne, nascondeva i pascoli, rammolliva di fango il sentiero. Era salito con quarantanove capre e il pastore, un uomo alto, moro, dai lineamenti duri ma senza cattiveria nello sguardo. Roman non era abituato alle montagne ma camminava di buon passo, davanti al gregge, dissimulando il fiato corto. Ogni tanto fischiava, ogni tanto richiamava i cani che correvano abbaiando avanti e indietro. Il pastore camminava di fianco a lui e lo osservava in silenzio, aveva capito subito che ci sapeva fare, alle montagne si sarebbe abituato.

La giornata all’alpe cominciava presto. Ci si alzava ai primi segni dell’alba e subito c’era da mungere. Sistemare le capre, dar loro da mangiare, lavarsi le mani, pulire le mammelle e strizzare il capezzolo con il dito medio, poi con l’anulare, poi con il mignolo, in un movimento unico, fluido e continuo, una specie di carezza decisa e il latte che scivolava morbido lungo le pareti del secchio, tiepido e profumato.

Le capre uscivano al pascolo. Andavano, libere e sprezzanti, su per le balze, giù per i dirupi. Alcuni pastori le lasciavano in giro, giorno e notte. Ma Roman sapeva che avevano fastidio della pioggia e appena minacciava, le raggruppava in fretta e furia, le portava in stalla e chiudeva tutto. I temporali mettevano spavento in montagna. I sentieri diventavano ruscelli, le pareti rigurgitavano sassi, aprivano cascate improvvise e l’aria vibrava elettrica, carica di fulmini. Il pastore gli aveva raccontato che, una volta, un fulmine aveva ucciso una vacca dentro la stalla, passando dalla finestra. (Read More)

I 3900 delle Alpi

Posted On maggio 11, 2016

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Perché siamo così attratti da montagne che in qualche modo tutti hanno già salito? Perché la maggior parte di noi cerca l’avventura dove non c’è? E perché, infine, siamo tanto legati ai numeri?

“I 3900 delle Alpi” è un invito a dimenticare l’altimetro e a godere di ogni salita ogni singolo passo, a riscoprire il gusto di andare controcorrente, a calcare orme antiche nel segno di nuove emozioni e ad ascoltare una vecchia canzone di Leonard Cohen: “Please, don’t pass me by”. Per favore, non ignorarmi.

La recensione del nuovo libro  di Alberto Paleari, Erminio Ferrari e Marco Volken su Planetmountain.com

Esercizi di anarchia e libertà

Posted On dicembre 31, 2015

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maniglia

Stavamo salendo verso il Monte Maniglia, in Val Maira, in uno dei pochissimi giorni senza sole di quest’estate. A dire il vero, camminavamo avvolti da una nebbia scura e opprimente, che solo a tratti dava segno di voler cedere ai tentativi troppo timidi dei raggi del sole. Avevamo fatto circa novecento metri di dislivello, le montagne attorno si potevano solo intuire, sagome vaghe attorno a noi, di fatto camminavamo guardandoci i piedi.

A un certo punto, e senza un motivo particolare, mi sembrò che potesse bastare.

“Torniamo indietro?”
“Ma va, sento l’odore della vetta!”
“Certo, arriviamo fino a qui per tornare indietro ora”.
I miei compagni di escursione ovviamente non erano d’accordo. Non tornammo indietro e, come si conviene, arrivammo in cima. È incredibile come la nebbia sia capace di togliere qualsiasi retorica a una vetta. Senza panorama, circondati da un grigio umido piuttosto omogeneo, seduti sulle rocce anch’esse grigie, avremmo potuto essere ovunque. Aspettammo invano che il cielo si aprisse. Nelle nubi a un certo punto si stagliò la forma di un cane, poi quella di un uomo, che si fermò sull’antecima. Ci salutammo con un cenno, e dopo poco ridiscesero. Noi aspettammo invano ancora un po’ e poi, come eravamo saliti, ci abbassammo tra le nubi.
Mi è successo altre volte di voler tornare indietro o fermarmi a poche decine di metri da una cima. A volte per paura di qualche passaggio, a volte per sfinimento. Ma rivendico un’ombra di ribellione in questo desiderio di per sé rinunciatario. L’idea di dover sottostare a un obiettivo anche in montagna in fondo mi sta stretta.
Detesto mancare un cima – il peso dei significati legati a una croce, a un ometto o un sasso è ancora troppo forte – ma per certi versi detesto anche raggiungerla. Perché poi è “fatta” e il “farcela” è qualcosa che mi lascia sempre un fondo amaro, qualcosa che invece di riempire svuota.
E poi c’è subito un’altra cima, un’altra montagna da immaginare e da fare. È un gioioso gioco infinito, ma il confine con la trappola è labilissimo.
Simone Moro dice che quando gli capita di non raggiungere una vetta non sente di aver bruciato la spedizione: “non pratico alpinismo neppure per i dieci o quindici minuti in cui ti trovi in vetta; quando sono in vetta, non sono in un posto più bello rispetto a venti metri prima.”
Per il nuovo anno auguro a me stessa di saper essere abbastanza libera da tornare indietro quando ho voglia. A voi di praticare esercizi di umiltà e di anarchia, non necessariamente in quest’ordine.

Le avventure degli altri (Ciao, Gianfry)

Posted On agosto 31, 2015

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Da bambina, volevo vivere come te.

La mia casa, una baita nel bosco, i colori squillanti dei pennarelli nuovi. Il mio cibo, pezzi di pane nel giardino, per gioco nascosti, per gioco trovati. Tu, a un certo punto, lo facesti davvero. Accantonasti il tuo lavoro e il tuo cognome – “lassù non serve” – dicevi. Per tutti diventasti Gianfry e basta.

Sulle montagne ci andasti scalzo. I tuoi piedi si fecero erba, neve, roccia. Il tuo incedere agile di balzi. Per sedici anni casa tua fu il bivacco di Vald, in Val Grande.

Estate: le notti dolci e silenti d’abbandono risuonavano delle note soffiate nel tuo corno.

Autunno: scrocchiare di foglie, spezzare di legna, profumo di resina. Più rado il passaggio degli escursionisti a portarti saluti, libri e magari un pacco di pasta.

Inverno e ti dissero che no, non saresti sopravvissuto, non in Val Grande, dove i giorni ti sfiniscono di neve e solitudine, quando anche solo il gesto di muovere un passo reclama attenzione. Ma poi arrivava primavera e primavera arrivava davvero solo quando qualcuno dava notizie del Gianfry, non appena la neve liberava i valichi più alti.Ti avevano visto, ti avevano parlato. Avevi trascorso cinque mesi senza vedere nessuno.

Se ti avessi qui davanti, non ti chiederei il perché, ma il cosa e il come. Come hai passato quel tempo ovattato, quei silenzi tinti di bianco? Com’è obbedire al solo ritmo che il corpo dice, senza obblighi, senza lancette, senza le infinite distrazioni del quotidiano commercio con il mondo? Com’è l’avventura nuda di vivere?

Ma io non ti ho davanti, né ti avrò più. A dire il vero, non ti ho mai conosciuto e l’unica volta in cui ti vidi non ebbi cuore per chiederti questo. Non ebbi cuore allora e adesso non è più tempo, perché tu ne sei andato in un giorno caldo di inizio estate. Senza medici e senza diagnosi, come sempre più spesso mi trovo a pensare dovrebbe essere.

“Se un uomo non tiene il passo con i compagni, forse questo accade perché ode un diverso tamburo. Lasciatelo camminare secondo la musica che sente, quale che sia il suo ritmo o per quanto sia lontana.” A queste parole di Thoreau, e al vento che accarezza i faggi della val Grande, il compito di dirti il mio saluto.

La Valle Antigorio e Le donne Lupo – Intervista a Laura Pariani.

Posted On aprile 30, 2015

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“Ci sono storie che, via via che gli anziani muoiono, si perdono finiscono accantonate come mobili vecchi per essere rimpiazzati da oggetti di plastica, uguali a tanti altri nel mondo. Ho voluto fare un tentativo di dare voce a queste storie, a queste donne, prima che loro memoria scompaia per sempre.”
Laura Pariani racconta così il suo romanzo “La valle delle donne lupo”, frutto di un lavoro di ricerca basato in buona parte sulle testimonianze orali di anziane donne della valle Antigorio in alto Piemonte.
«Vivere da morta. Patire da muta. Obbedire da cieca. Amare da vergine».
La legge della montagna è anche questa. In una società autoritaria e maschilista, il destino di una donna sembra essere scolpito in queste poche parole, pena l’esclusione da un mondo paradossalmente già ai margini.
Ma Fenisia, la protagonista de “La valle delle donne Lupo”, è diversa e ribelle. Vive di fianco al cimitero, fin da piccola gioca con le tombe e non si rassegna a un vita a testa bassa, a un padre violento, a un amore che non è suo. Ad accompagnare il suo dramma, il grande lavoro linguistico di Laura Pariani che dà nuova vita alla parlata del “paese piccolo” fondendo italiano e dialetto in maniera profondamente evocativa.
“Ho fatto questa ricerca verso la metà degli anni 70, quando ero molto giovane e avevo da poco finito l’università. Ho cominciato a frequentare la valle Antigorio d’estate, ed è diventato a poco a poco un posto che mi piaceva e che ho imparato a conoscere bene. Era un periodo in cui mi interessava molto la musica popolare e avevo in mente una ricerca sulla canzone narrativa piemontese e in particolare sulle quelle canzoni che avevano come argomento personaggi femminili. Ho cominciato a Premia, registrando e ascoltando la donna che mi affittava la baita; registravo le canzoni che le venivano in mente e le chiedevo di dirmi a quali storie si riferivano, chi gliele avesse insegnate, in quali occasioni venivano cantate. Dopodiché, siccome a quell’epoca camminavo molto, ho iniziato a salire agli alpeggi fermandomi anche qualche giorno. Andavo in giro con questo micro registratore a transistor come si usavano allora, ascoltavo e registravo: la ricerca è nata così”
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La montagna, in queste pagine, è soprattutto un luogo duro, che condanna gli uomini alla fatica e le donne al dolore, isolando senza proteggere. Ma il dolore non è privo di saggezza e la durezza della natura non è priva di conforto. Può essere l’amicizia di una cugina, il volo di un falchetto, l’allegria di un canto come “La cansun busiarda” che la protagonista cita a un certo punto del romanzo.
“In realtà, è una canzone legata al carnevale. Le canzoni hanno sempre un’occasione per essere cantate e questa mi ha sempre incuriosito perché rappresenta il mondo alla rovescia ed è probabilmente un canto antico e anche molto fantastico, mentre in genere le canzoni parlano di storie realistiche e, soprattutto quelle che parlano di donne, sono molto crude, mentre questa ha un’atmosfera sognante e per certi versi anche buffa”.
C’è una voce che risuona nelle orecchie di Fenisia e, insieme a lei, nelle orecchie di tutte le donne della valle. Insieme alla fatica, alle donne si chiedeva l’obbedienza: “Fai la brava, non fare la pazza”. Un invito a tacere, non uscire dai ranghi, a non alzare la voce. E’ stato difficile raccogliere le testimonianze di donne abituate al silenzio?
“Alla fine non è stato difficile perché c’erano molte donne anziane sole, che avevano voglia di parlare e di raccontare. Un primo momento di diffidenza iniziale era inevitabile, soprattutto quando mi vedevano con il registratore. Ma al secondo incontro, quando già mi conoscevano, era tutto più facile. E’ stato un avvicinamento molto lento ma io non avevo fretta e, anno dopo anno, la loro confidenza aumentava. Si è trattato di un lavoro che ha richiesto perseveranza e la motivazione sufficiente a non scoraggiarsi al primo rifiuto. Le persone anziane si sentivano un po’ intimidite, soprattutto per via del registratore e infatti alla fine non lo usavo più, perché era come se le persone si bloccassero in sua presenza. Cercavo di ricordare tutto quello che mi dicevano e di scrivere subito dopo l’intervista.
Infatti nel libro, nelle interviste a Fenisia ho conservato questo modo di lavorare perché la protagonista non parla mai in prima persona ma ricorre sempre “lei dice” o “la Fenisia riferisce” che è la formula che usavo per trascrivere le interviste e ho voluto conservarla, anche per ricordare una di queste donne che parlava di sé in terza persona, come a volte fanno i bambini.
Donne che si trasformano in animali, donne che la notte partecipano a incontri misteriosi con forze malefiche, donne capaci di guidare forze misteriose per guarire le persone. La valle Antigorio è storicamente un territorio di streghe e di caccia alle streghe. Il fatto che ci fosse la “stregheria” è una cosa che si sente sempre sottopelle in questa valle, perché certe credenze “magiche” persistono nel tempo, insieme alla fiducia che certi problemi vengano risolti per mezzo di un incantesimo, di una formula magica o di una persona capace di guidare certe forze in un senso piuttosto che nell’altro. D’altra parte, tutte le storie che si raccontano, che siano favole o storie fantastiche, non sono mai storie felici: si racconta di frane, fiumi in piena, ponti che crollano, situazioni di pericolo risolte da interventi di personaggi come la strega o il prete che agiscono in vario modo per salvare il pese, un campo, un prato, le bestie. C’è la storia della Vaina, per esempio, questa bambina che viene rifiutata dalla madre e buttata giù dalla montagna, e mentre cade si ode questo rumore di valanga che porta sventure; ci sono animali fantastici nascosti nelle grotte e c’è un immaginario fiabesco ricchissimo nella Valle Antigorio che merita di essere studiato. Negli anni 70 tutti raccontavano queste storie, e vorrei che restasse la memoria di queste donne. Donne che facevano la “fisica”, sanatrici, che hanno avuto una loro funzione importante all’interno della società alpina e che ora non ci sono più.”
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Eccole, le donne lupo. Donne temute, disprezzate ma anche ricercate per i loro presunti poteri. Donne capaci di non uniformarsi al sentire comune, donne solitarie o semplicemente sole.
“Il lupo è l’animale alpino per eccellenza e l’animale su cui si è detto il peggio possibile. I racconti con il lupo hanno terrorizzato generazioni di bambini, anche in luoghi in cui non c’erano lupi. E’ veramente un animale mitico, capace di tendere agguati e di mettere in pericolo la vita del debole anche se, in effetti, oggi il debole è proprio lui, nonostante persista nell’immaginario quest’idea di un animale che uccide per malvagità. La realtà della vita dei lupi racconta invece ben altre storie, ma io ho cercato di recuperare il valore che al lupo veniva attribuito nei tempi antichi in tutte le mitologie, a partire da quelle italiane in cui è una figura molto positiva e che incarna la fertilità. Questo retaggio, in parte è rimasto vivo nelle credenze della montagna, ma io ho voluto interrogarmi su come sia stato possibile passare dalle immagini del lupo e della lupa come rappresentative dell’intesa e della fertilità sessuale, a questa assolutamente negativa delle favole ottocentesche dei fratelli Grimm o di Perrault. Qui il lupo è decisamente malvagio e ha perso del tutto l’antico valore simbolico delle feste dell’antica Roma, i Lupercalia, dove i sacerdoti lupercali indossavano pelli di lupo e le donne aprivano le mani per farsele frustare in modo da acquisire la fertilità. Ecco, come si sia passati da un’immagine dove il lupo rappresenta la felicità e la fortuna per una donna a quella delle favole ottocentesche sarebbe un passaggio da studiare: nel libro ho voluto dare un’altra possibile immagine del lupo come amico e alleato della donna”.
Le donne lupo sono anche le donne sepolte nel “prato delle balenghe” di cui parla Fenisia, un cimitero sconsacrato ai margini del paese, un luogo da cui la protagonista è attratta fin da piccola, tra premonizione e destino.
“Mia nonna era della Val Seriana e, quando io ero piccola, raccontava la storia di questo cimitero sconsacrato, riservato alle donne che avevano commesso qualcosa che secondo la comunità era ritenuto un crimine. Le cause di colpevolezza erano molto varie, ma spesso avevano a che fare con la disobbedienza. Anche se non si può parlare di schiavitù, rispetto al marito, al padre, ai fratelli e anche alla suocera ogni donna aveva una serie di regole a cui attenersi. Se non obbediva c’erano ammonizioni e fastidi fisici e, come estrema punizione, il prete poteva togliere la possibilità di venir seppellita al cimitero. Da piccola mi chiedevo spesso che cosa queste donne potessero aver fatto per meritare di essere escluse anche da questa piccola comunità, mi piaceva pensare che in qualche modo i morti si tenessero compagnia chiacchierando la notte, quando il paese dormiva”.
Un territorio può ispirare un libro e un libro può insegnare a conoscere e amare un territorio. “La Valle delle donne lupo” è così, evoca l’eco di storie lontane per una riflessione senza tempo sulla montagna, casa e prigione degli uomini e soprattutto delle donne che l’hanno abitata.

(Laura Pariani è anche l’autrice dei fumetti ispirati a questo libro).

Gran Paradiso Film Festival: quando la natura fa spettacolo

Posted On settembre 6, 2013

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19911

Un mondo troppo spesso dimenticato o ignorato nonostante sia tutti i giorni sotto i nostri occhi e foriero di meraviglia: il Gran Paradiso Film Festival (26 – 31 agosto a Cogne, Rhêmes-Saint-Georges, Valsavarenche, Villeneuve e Ceresole Reale) è stata un’occasione per interrogarci e per riflettere sul nostro rapporto con la natura che ci circonda, vicina e lontana.

I film e i premi
In Cina, le api non esistono più. Un dissennato utilizzo dei pesticidi ha infatti portato alla scomparsa di questi preziosi insetti – da cui dipende un terzo delle nostre derrate alimentari – e i contadini impollinano a mano a fiori degli alberi da frutto.
Dalla Birmania alla Tailandia, dall’India allo Sri-Lanka gli elefanti vengono catturati e addestrati con metodi spesso violenti, che fanno riflettere sul rapporto tra l’uomo e questa specie, sull’occasione mancata di comprendere la vita e la specificità di ognuno di questi individui.
Osservare gli animali di montagna richiede tempo, fatica e pazienza e la vita di chi si dedica a questa attività è fatta di lunghe marce che di altrettanto lunghe attese, immobili e incuranti delle condizioni meteorologiche alla ricerca delle tracce di camosci, stambecchi, lepri selvatiche e volpi.
More than Honey (premio speciale Gran Paradiso), Life Size Memories (Premio Speciale Marisa Caccialanza) e Mille e una Traccia, sono solo alcuni dei dei film in concorso proiettati e premiati alla diciassettesima edizione del Gran Paradiso film Festival, appuntamento di rilevanza internazionale con il cinema naturalistico, organizzato dalla Fondation Grand Paradis con la direzione artistica di Luisa Vuillermoz. (Il premio WWF Italia è stato vinto da «Wüstenschiffe, Von Kamelen und Menschen – Le navi del deserto: storie di uomini e cammelli» di Georg Misch).
La rassegna si è conclusa sabato 31 agosto con il trofeo Stambecco d’oro assegnato al documentario “Il ritorno dell’upupa” di Florain Berger e Stephan Polasek. Il film, votato dalla giuria popolare, racconta come nella zona di Wangram, in Austria, questo piccolo volatile in via di estinzione abbia trovato un nuovo habitat nei vigneti dell’area, anche grazie alla passione di chi ha imparato a “sussurare alle upupue” creando le condizioni per il loro ritorno e un’armonica integrazione con l’ambiente circostante.

Non solo cinema
Il festival ha visto anche un’intensa attività collaterale: sei giorni di proiezioni di conferenze, concerti, mostre e performance teatrali con il ciclo di incontri “De Rerum Natura” nei comuni dell’area del Gran paradiso tra Cogne, Rhemes Saint Georges, Valsavaranche, Villeneuve e Ceresole Reale. la manifestazione ha contato quest’anno 9.500 presenze, confermando un importante trend di crescita.

Noi e la natura
Come ha affermato Massimo Gramellini, a cui è stata affidato il messaggio d’apertura del festival, “La Natura viene data per scontata, in particolare da noi italiani, che abbiamo la fortuna di vivere in un Paese con  condizioni climatiche favorevoli e con un panorama e una ricchezza naturale enorme.”. Aggiungerei a questo che gli animali, la loro vita e la loro emotività sono uno dei grandi rimossi della nostra società, dove anche chi vive a stretto contatto con essi lo fa quasi sempre a fini economici. Un festival dedicato al cinema naturalistico diventa quindi una grande occasione per riflettere e riappropriarsi di ciò che rischia di andare e in gran parte è già andato perduto: il sentimento di empatia  nei confronti delle altre specie di una parte e la consapevolezza di essere parte di un unico grande e fragile organismo vivente dall’altra.

Un vita da tacchino?
Tra i film più amati dal pubblico, e anche da me voglio ricordare “La mia vita da tacchino” in cui lo scienzato Joe Hutto decide di allevare un gruppo di tacchini selvatici, dalla schiusa delle loro uova. “Che cosa ho imparato da quest’esperienza? A vivere nel presente. Gli animali vivono solo nel presente e lo vivono nella maniera più piena possibile. Noi spesso e volentieri, protesi tra passato e futuro, manchiamo di cogliere l’immediatezza e perdiamo per sempre la sua piccola magia quotidiana”. Già John Lennon diceva che la vita è ciò che ci accade mentre siamo occupati a fare altro: don’t let it be.

(Articolo pubblicato su Planet Mountain)

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