Ferriere e il canto della betoniera

Enciastraia da Rocca tre Vescovi

Enciastraia da Rocca tre Vescovi

Arrivai a Ferriere un caldo pomeriggio d’agosto, senza sapere nulla. Ferriere era giusto una base, ci saremmo fermati al rifugio Becchi Rossi per salire l’Enchestraia e la punta tre Vescovi, poi ci aspettava la partenza verso Milano.

Quella mattina avevamo salito il Becco Alto d’Ischiator, in una giornata tersa e senza ombra di nube. A malincuore avevamo poi lasciato il rifugio Migliorero e le sue fattezze di castello scozzese, poco frequentato in quei giorni nonostante il Ferragosto incipiente, e avevamo continuato il viaggio lungo la Valle Stura, fino a Bersezio, per poi inerpicarci lungo gli stretti tornanti che portano all’abitato di Ferriere. Il rifugio Becchi Rossi è ricavato nella ex Canonica, proprio di fianco alla Chiesa. C’è un campo da bocce a Ferriere, vagamente in salita, e un museo dedicato ai mestieri contadini e al contrabbando, due realtà intrecciate a filo doppio nel passato di queste valli, la Francia a pochi passi di distanza.
Il pomeriggio era caldo e limpido; mentre bevevamo pigramente una birra sulle panche fuori dal rifugio, ci teneva compagnia, e forse anche un po’ ci infastidiva, il rumore di una betoniera e le voci degli operai che lavoravano a una vicina abitazione. La sera, le sagome delle montagne si stagliavano nere e nette su un cielo che faticava a imbrunire.

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La montagna… cantata.

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Agosto 1209: i Catari vengono espulsi nudi dalla città di Carcassonne

 

Nel nostro immaginario e nelle nostre più felici esperienze, alla montagna si associa l’idea del silenzio. Ma questa è una verità soltanto parziale perché, in un tempo neanche troppo lontano – fino alla fine degli anni Cinquanta almeno –  le nostre valli echeggiavano di richiami, di canti e di voci.

La cultura occidentale, basata sulla tradizione scritta, fatica ad attribuire valore a quella orale. Eppure un canto, al pari di un’immagine, di un libro o di una scultura, è la testimonianza viva di un territorio, di una civiltà, del tempo trascorso. E’ qualcosa che parla di noi, della nostra vita presente e passata ma, diversamente da tutto il resto, lo fa con l’ausilio potente della musica.

Non parlerò in questo articolo dei cori alpini, nonostante a questi si pensi immediatamente quando si parla di musica di montagna, ma porterò alcuni esempi di canti popolari delle terre alte che ho avuto modo di studiare e che mi hanno particolarmente colpita. Scrivo queste righe e subito penso all’Arsunà: vocali, sillabe, o addirittura poesie, canzoni che gli abitanti degli alpeggi della Val Grande (VB) intonavano dopo le giornate di duro lavoro per comunicare da valle a valle, da alpeggio a alpeggio. Serenate, dichiarazioni d’amore o semplici saluti: la voce dei pastori diventava la voce stessa della montagna, la risposta dell’uomo ai mesi di isolamento forzato. In generale, il canto popolare è la più chiara espressione del fatto che le montagne non sono mai state vissute come barriera, piuttosto come punti di passaggio, di incontro e di scontro anche, a volte, come presto vedremo.

Come un’Arsunà, le canzoni popolari viaggiano da una valle all’altra: come in un telefono senza fili cambiano i testi, le lingue, a volte variano le melodie, ma ogni canto resta sempre chiaramente identificabile e spesso descrive un archetipo della vita di allora. Dimenticate qualsiasi immagine idilliaco-romantico legata alla montagna: qui si raccontano storie dure: infanticidi, femminicidi, emigrazione o povertà. E’ la vita, e si canta.

Senza pretese di esaustività voglio parlare brevemente di tre liriche legate in qualche modo alle terre alte.

Mariolin bella Mariolin – L’infanticida alla forca

“L’infanticida condannata è argomento di canto popolare in quasi tutti i paesi” – così scrive lo studioso Costantino Nigra e in effetti, come quasi sempre accade con i canti popolari è difficile risalire alle sue origini prime. Che questo tema non esatttamente edificante sia così ricorrente non stupisce e si lega alle dure condizioni in cui vivevano le donne (soprattutto) in montagna. Un figlio illegittimo non era ovviamente ammesso “M’è ben più caro d’esser dannata che essere una ragazza disonorata” dice una delle versioni riportate dal Nigra; ma a volte bastava una condizione di povertà spinta perdecidere che un figlio in più era un figlio di troppo. Ho avuto modo di studiare una versione di questo canto raccolta in Valle Vigezzo – a Craveggia in particolare. Ne esiste una versione lombarda molto simile, con qualche strofa in più mentre in altre appare la figura del “géntil galant” che chiede di vedere la bella prigioniera (e gli viene risposto che la vedrà solo in compagnia del boia). Il nucleo centrale più antico è però quello del bambino gettato nell’acqua, che ricorre in tutte le versioni e che, nella tradizione anglo-sassone e germanica, vede il salvataggio miracoloso del bambino da parte degli angeli e la sua visita alla madre in prigione, setti anni dopo l’infanticidio. Qui potete ascoltarne una delle versioni più comuni.

Mariolin bella Mariolin – Testo

“Mariolin, bella Mariolin, Mariolin, bella Mariolin,
Dove hai meso quel bambino che avevi?”.
” Mamma de la mia mamma, l’ho gettato in peschiera”.
“Figlia mia, parla più pian; Figlia mia, parla più pian
parla più piano che nesuno ti sente, ti sente la giustisia e la ti vien viene a prendere”.
E l’hanno presa, l’hanno legà, l’hanno presa, l’hanno legà
L’hanno legata con catene sicure, la bella Mariolina l’è in prigioni scure.
“Mamma mia, portèm del pàn, Mamma mia, portèm del pàn
portèm del pane e del’acqua ben fresca: e l’aria dela prigione mi fa male alla testa”.

O cielo cielo / come faremo a girare la Francia

Il tema di questo canto – la diserzione – si intreccia con quello dell’emigrazione verso la Francia, fenomeno molto diffuso tra gli abitanti delle vallate alpine. Il canto sembra essere originario della bassa val Chisone e il riferimento alla ferma di leva di 30 mesi, permette di datarlo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. C’è anche chi attribuisce questa canzone al Trentino Alto Adige ma, come sempre, il canto popolare non ha padroni e ne troviamo versioni raccolte in Val Vigezzo e nella bergamasca – con una significativa variante di testo in cui il disertore viene arrestato,.  La versione della Val Vigezzo la propongo qui, cantata da Lorenzo Valera, Valentina Volonté e Laila Sage, dell’Associazione Passamontagne, niente meno che i miei insegnanti di canto. Qui invece il link a quella classica cantata dal coro della SAT, c

Come faremo a girare la Francia – testo

Come faremo girare la Francia
senza carte
senza carte della nostra nazion

Faremo fare un gran passaporto
vivo e morto
vivo e morto in Italia mai più

E scriveremo al re d’Italia
qualche cosa
qualche cosa ci manderà a dir

Ci manda a dire tornate in Italia
trenta mesi
trenta mesi a fare il soldà

O cielo cielo

O cielo cielo sta pure sereno
O cielo cielo sta pure sereno

Che questa notte che questa notte
Noi dovremo partir (2V)

Traverseremo pianure e colline
Sulle montagne della Savoja
Disertori sarem

Come faremo a girare la Francia
Senza aver soldi e senza scarpe
Per poter camminar

Domanderemo ‘la nostra regina
Che qualche cosa che qualche cosa
Lei ci manderà a dir

Ci manda a dire tornate in Italia
Turné In Italia turné In Italia
lalalalalala

Lo Bouié

Poteva mancare la cultura occitana parlando di musica popolare della montagna?  Ecco  una lirica antichissima e bellissima, risalente al Medio Evo (XIII secolo circa) e di cui i Catari si appropriarono nel periodo delle crociate contro gli Albigesi (1209-1229). Si tratta in realtà di un canto simbolico e criptato, che non conobbe pressoché variazioni nella melodia mentre le versioni di testo sono come al solito diverse. Lou Bouié veniva utilizzato per inviare messagggi in codice attraverso le diverse valli abitate dai catari, nell’imminenza del periocolo di attacchi da parte dei cattolici romani. Le cinque vocali che ricorrono AEIOU sono le iniziali del motto dei re d’Aragona, sceso in campo contro i crociati: Austri Est Imperare Orbi Universo (“il comando del mondo appartiene al Sud”) e tutto il testo è potentemente simbolico.

L’esordio del canto vede il bovaro ritornare a casa dal lavoro e trovare la moglie – Joana – ammalata: il riferimento qui è alla condizione di fragilità della chiesa catara, sotto attacco in quanto ritenuta eretica, e il nome della moglie riporta naturalmente al Vangelo di S. Giovanni, testo a cui quest’eresia era ispirata. La rapa, il cavolo e l’allodola con cui il bovaro prepara la zuppa per la moglie alludono invece ai blasoni dei grandi cavalieri catari e il canto di questa seconda strofa è in realtà una richiesta d’aiuto, un richiamo all’intervento armato. Infine, nelle ultime due strofe la donna – che sempre rappresenta la chiesa catara – chiede di essere seppellita nel profondo della grotta e aggiunge che le persone che sarebbero passate nel futuro da lì avrebbero bevuto solo acqua insanguinata. Qui la metafora fa riferimento alla sopravvivenza del catarismo anche qualora i cattolici ne avessero avuto ragione: il suo lo spirito sarebbe infatti sopravvissuto attraverso la rinascita del suolo. E l’acqua insanguinata? Quando i Catari erano costretti a fuggire da un luogo, prima che il nemico ne prendesse possesso inquinavano e avvelenavano le fonti d’acqua, affinché gli occupanti cadessero ammalati o avessero comunque vita difficile.

L’eresia catara fu completamente sterminata – è il caso di dirlo – dai crociati cattolici. Ove non vi furono massacri vi furono umiliazioni – gli Albigesi fatti sfilare nudi per uscire dalla città di Carcassonne nel 1209 – e papa Gregorio IX fu solerte a instaurare l’inquisizione nella città di Tolosa, per inferire il colpo di grazia all’eresia. Con il 1255 i catari furono storia e con essi finì anche la grandiosa civiltà occitana. Del loro messaggio di ritorno alla povertà della Chiesa resta l’immagine di Joana che, nella strofa finale, assurge al cielo con le sue capre.

Qui potete ascoltare la versione del quintetto Nigra.

Una curiosità: il canto, data la bellezza della melodia, divenne poi parte del repertorio di musica sacra della chiesa catttolica, naturalmente con un testo diverso. Pare che Giovanni Paolo II lo abbia cantato poco prima di morire.

Lou Bouié – testo

LOU BOUIÉ

Quand lou bouié vèn de laura,
Quand lo bouié vèn de laura,
Planto soun aguïado,
A, e, i, o, u
Planto soun aguïado.

Trobo sa femo au pèd dóu fiò,
Trobo sa femo au pèd dóu fiò
Tristo e descounsoulado
A, e, i, o, u
Tristo e descounsoulado.

Se siés malauto, digo-lou,
Se siés malauto, digo-lou,
Te farai un poutage
A, e, i, o, u
Te farai un poutage.

Am’ uno rabo, am’ un caulet,
Am’ uno rabo, am’ un caulet,
Uno lauseto magro
A, e, i, o, u
Uno lauseto magro.

Quand sarai morto, enterras-me,
Quand sarai morto, enterras-me,
Au plus founs de la cavo
A, e, i, o, u
Au plus founs de la cavo.

E li roumiéu que passaran,
E li roumiéu que passaran,
Prendran d’aigo signado
A, e, i, o, u
Prendran d’aigo signado.

E diran qualo es morto eici,
E diran qualo es morto eici,
Acò’s la pauro Jano
A, e, i, o, u
Acò’s la pauro Jano.

Que s’es anado au Paradis,
Que s’es anado au Paradis
Au cèu amé si cabro
A, e, i, o, u
Au cèu amé si cabro.

 

Fonti:

http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=en&id=39999

http://www.cantarstorie.com/

http://books.google.it/books?id=1w_JAgAAQBAJ&pg=PA260&lpg=PA260&dq=mariolin+bella+mariolin&source=bl&ots=qoSce8drvW&sig=xC9cFs4ri7mNFyXWk0Fz3UWKTRk&hl=it&sa=X&ei=ePQOVPfYDI7TaOfIgrAB&ved=0CC8Q6AEwAg#v=onepage&q=mariolin%20bella%20mariolin&f=false

Fonti immagine:

http://www.antiwarsongs.org/c

 

Perle nascoste in Valle Antigorio – Il lago di Brumei

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Camminare sei, sette ore, non incontrare nessuno. Distinguere a fatica il sentiero, tra bolli di vernice stanchi di tempo e una traccia che rischia anno dopo anno di finire divorata da una vegetazione padrona. Non raggiungere nessuna cima ma specchiarsi nelle acque limpide di un lago effimero che, solo in estati ebbre di pioggia e di vento come queste, si rivela nella sua veste migliore.  Ci sono ancora posti così nelle Alpi, lontani dal turismo di massa ma anche di quello d’élite, semplicemente poco frequentati in assoluto, anche dagli escursionisti locali. “Montagne che non danno gloria” per dirla con Maurice Braudel ma dove “è ancora concesso di sentirsi liberi”. Liberi di perdersi, di non lasciare il proprio nome su nessun libro di vetta, di non aggiungere “una tacca sul fucile” come si finisce col fare con troppe ascensioni.

Siamo qui in Valle Antigorio, non ancora alta montagna, non più valle prealpina. Osservatorio privilegiato per la geologia delle Alpi – la famosa finestra di Verampio ne svela lo strato più basso -è terra di orridi, di prati e pascoli, di una storia antica e complessa. Abitata dall’uomo fin dalla preistoria, fu territorio privilegiato di incontro tra la civiltà mediterranea e quella atlantica, come dimostra la coesistenza di strutture in pietra a falsa volta e circoli di strutture megalitiche. Nel sedicesimo secolo fu teatro di una tragica pagina scritta dall’inquisizione, con la caccia e i processi alle cosidette “streghe di Baceno” mentre in tempi più moderni vide, al pari di tante valli alpine, il fenomeno dell’abbandono degli alpeggi. Qui Laura Pariani ha raccolto testimonianze per il suo splendido romanzo “La valle delle donne lupo”, a documentare la difficile vita di una donna nei mondi chiusi.

Impossibile capire dal fondovalle – stretto e abbastanza severo – la dolcezza dei pascoli e degli alpeggi rifugiati sulle montagne, la vastità degli spazi sospesi, le praterie nascoste. In uno di questi spazi, si nasconde il lago di Brumei. Un lago effimero, si diceva, alimentato esclusivamente da acque di fusione e che, nelle estati più calde, si riduce a pozza o scompare del tutto. Lo vidi così, poco più che uno specchio d’acqua fangosa, qualche anno fa, dalla cima del monte Cistella, ma decidemmo andarci, per il fascino che esercitano su di noi da sempre i luoghi selvaggi e abbandonati.

Per arrivarci bisogna abbandonare l’auto pochi chilometri dopo Croveo, subito dopo aver oltrepassato il ponte ad arco. Imbocchiamo la strada per Esigo (1140 m), attorniata da splendidi larici. Dopo aver superato le belle baite restaurate e la chiesetta continuiamo sulla strada poderale fino a un cartello metallico nei pressi dell’Alpe Agarù (1368 m), da cui si stacca il sentiero per Corte Brumei che, con un po’ di attenzione, si individua senza troppi problemi. Corte Brumei (1854 m) e Corte Cerino (1678) sono gli unici due alpeggi attorno alla conca di Brumei. Di corte Brumei rimangono pochi ruderi, pietre che parlano di un passato ormai perduto, di fatiche inedite e di lunghe solitudini. Questo è l’unico punto in cui può non essere facilissimo trovare il sentiero: dietro il rudere c’è un sasso con un segnale cai e da lì bisogna cercare con molta attenzione gli altri bolli (eventualmente scegliere un traccia che parte a sinistra del bollo che porta in un vago canale: all’inizio di questo, una freccia indica la direzione e riporta sul sentiero).  Si prosegue lungamente nella conca, tra prati e rododendri: il sentiero non è sempre evidente – incontriamo un vecchio abbeveratoio scavato in un tronco, unico segno dell’attività agricola che si svolgeva qui – ma a un certo punto il lago appare ed è la perfezione. Ci fermiamo ad ammirare il riflesso delle montagne – spiccano l’Arbola e il Cervandone – nel silenzio che solo la montagna sa regalare. Una piccola croce ricorda Borla Paolo P. di anni 14, annegato “in un’afosa giornata nel 1915” e sorprende quasi che un luogo come questo possa essere stato teatro di un fatto tanto drammatico.

Mi sento privilegiata ad essere arrivata fino a qui, questo lago è una perla preziosa che qualcuno ha voluto regalarmi. Scatto foto, ma so che le immagini sono inadeguate almeno tanto quanto le parole a rendere la magia di certi istanti, intensa e effimera come questo lago – la montagna è per certi versi un piacere poco comunicabile.

Dalle sponde del lago si vede  perfettamente il passo Deccia (2126 mt), che a questo punto dobbiamo risalire. Costeggiamo quindi lo specchio d’acqua a destra cercando sempre i bolli cai. Salendo, il lago cambia forma e colore, si trasforma in uno specchio a forma di cuore, incastonato nei larici. Lo abbandoniamo a malincuore e scendiamo il ripido sentiero che porta all’alpe Deccia, per buona parte decisamente sconnesso e scivoloso, nonché invaso dalla vegetazione quest’anno particolarmente rigogliosa. All’alpe Deccia ero stata per la prima volta quest’inverno, le baite pressoché sepolte dalla neve. Oggi è uno splendido spazio verde dove ci fermiamo a chiacchierare del tempo di questa matta estate con una signora, fuori dalla sua baita – e saràl’unico incontro di oggi. Ma la magia di questa giornata non finisce qui. Il sentiero che da Deccia riporta a Esigo si snoda tra boschi di larici che ricamano giochi di luce magici, due caprioli si rincorrono sui pendii e il sentiero è letteralmente disseminato di ottimi finferli che non esitiamo a raccogliere.

Sono queste le giornate che ti lasciano senza desideri, perché dopo aver fatto il pieno di bellezza non c’è quasi posto per altro. La Valle Antigorio è così, richiede un po’ di fatica, un guizzo di curiosità per farsi conquistare, ma poi è lei che ti conquista, forse per sempre.

 

La camelia della libertà (traversata della bassa Val Grande)

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C’è una camelia al Corte di Velina Baserga, una camelia che ha una precisa data di nascita: 25 aprile 1945. La volle Paolo Bariatti, che allora caricava l’alpe, per festeggiare la fine della guerra e, ogni anno, fiorisce rigogliosa a rinnovare il suo canto di libertà e di vita. Faccio in tempo a fotografarne gli ultimi fiori, in una giornata di fine aprile decisamente troppo calda, dopo circa due ore di cammino dal piccolo abitato di Bignugno.

Siamo in Val Grande, provincia di Verbania, quella che tutte le guide definiscono come “la più grande area di Wilderness europea” e l’escursione ai tre corti di Velina – Curt fund (660 m), Curt mezz (788) m e Curt dzura (834 m). – è una classica di queste parti.

La Val Grande è di una bellezza spettinata e senza trucco. Delle antiche mulattiere, rimangono spesso solo tracce di sentiero e, dopo decenni operosi di tagli, il bosco ha ripreso selvaggio il sopravvento. Dimenticate la montagna edulcorata dei dépliant, dimenticate il locus amoenus di tanta letteratura:in questa escursione non ci sono grandi panorami da ammirare né cime da raggiungere ma ogni albero, ogni muro a secco dà voce a un tempo perduto, che ancora ci attira come un canto di sirena.

“Oggi” scriveva Nino Chiovini, che della Val Grande è la voce narrante “ciò che rimane dei corti di Velina sta lentamente – più lentamente di una nave che affonda ma inesorabilmente – scomparendo, inghiottito dal bosco spontaneo che ha invaso i già fiorenti prati e che un giorno sommergerà tutto, anche l’ultima casera”*. Credo che l’autore di queste righe sarebbe felice di vedere invece in questi stessi luoghi segni di vita nuova, come l’apertura del rifugio-bivacco Amici delle tre Veline, proprio dove cresce la camelia di Paolo Bariatti.

Non è un’escursione difficile, almeno nella prima parte. Da Bignugno si seguono le indicazioni per la cappella di Or Vergugn, dove anticamente si appendevano le croci per ogni defunto portato a valle. Si attraversano gli abitati abbandonati di Pezza Blena e Bettina, per proseguire lungo l’antica “strà di vacc” fino al ponte di Velina che, nel 1944, fu fatto saltare dai partigiani nel tentativo disperato di difendersi dal rastrellamento tedesco. Anche le baite furono messe a ferro e fuoco dai fascisti, ma tutto venne ricostruito subito dopo la fine del conflitto e i corti vennero caricati fino all’inizio degli anni 70.

Da Velina si imbocca il sentiero per Cicogna, la piccola capitale della Val Grande. Inizia qui la parte più impegnativa del percorso, con il guado del rio facilitato da una corda fissa e, subito dopo, alcuni tratti attrezzati con catene a cui è bene prestare attenzione. Si attraversa quel che resta degli alpeggi di Uccigiola, Crosane e Montuzzo, con le curiose architetture dei gabinetti circolari, i resti dei terrazzamenti che testimoniano un’economia agricola ormai scomparsa e il bellissimo torch del Runchett, che serviva alle famiglie degli alpeggi circostanti per la spremitura dell’uva.

Che cosa cerco, tra i cardini di una vecchia porta e le tracce di un sentiero che lotta per non perdersi del tutto? Di che cosa ci parlano, in fondo, le storie di chi ci ha preceduto? Qual è la memoria che reclamano? Continueremo a camminare in cerca di risposta o di altre domande. Continueremo a rovistare negli archivi della memori del tempo, perché come quella di Paolo Bariatti possano essere ancora raccontate. Continueremo a sentire i canti degli Arsunà, il loro eco risuonare tra una valle e l’altra.

Cicogna è a un’ora di cammino da qui, ma non c’è fretta di arrivare.

Kerguélen, Il mistero della montagna in mezzo al mare

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Il nuovo romanzo di Alberto Paleari è un viaggio fantastico dal Monte Rosa al Monte Ross, nel remoto arcipelago di Kerguélen, tra bufere di neve, strane presenze e una domanda senza risposta.

Che cosa ci fanno la guida alpina Oreste P. e il suo cliente Guglielmo nello sperduto arcipelago di Kerguléen, tra le acque inquiete dell’Oceano Indiano? Fanno quello che fa ogni guida alpina con il proprio cliente: salgono montagne e, in particolare, tentano di raggiungere la vetta del monte Ross, soli 1849 metri di altezza, ma continuamente sferzata da bufere e venti polari.

Kerguélen – terra su cui nemmeno il suo scopritore volle o riuscì a posare piede – non è però soltanto una landa gelida e desolata, presto si rivelerà agli unici due umani che la popolano un’isola abitata da strane presenze, su cui si verificano inquietanti fenomeni.

Senza svelare troppo della trama, sono queste le atmosfere del nuovo romanzo di Alberto Paleari, scrittore e guida alpina del Monte Rosa, “Kerguélen il mistero della montagna in mezzo al mare”, che inaugura la serie “le Parusciole” di Monterosa Edizioni.

Il libro è in realtà la riscrittura di un romanzo edito nel 1989 e devo dire che si tratta di una lettura davvero deliziosa. Il nome della collana che inaugura – “Le Parusciole” – fa riferimento al termine dialettale che in Ossola viene usato per indicare la cinciallegra, e vuole indicare qui una cosa piccola e graziosa, un libro che può essere compagno di una gita, da leggere in un pomeriggio al rifugio.

Lo stile aggraziato e la sottile ironia di Alberto Paleari non ci trasportano soltanto nelle terre fredde e solitarie dell’emisfero australe, ammantandole un indiscusso fascino: la sua penna felice ci  aiuta infatti a riflettere sul senso del nostro viaggiare, ci dà consigli su come riconoscere un crepaccio camminando su un ghiacciaio, ci pone domande sulla scrittura e sul rapporto realtà finzione senza togliere qualche sana riflessione sull’animo umano nel momento in cui si trova a misurarsi con le condizioni estreme di tanti luoghi.

La postfazione chiarisce infine la storia e il senso della riscrittura del romanzo, spiega alcune decisioni narrative dell’autore e toglie ogni dubbio sull’eventuale carattere autobiografico della vicenda – “Sono la guida alpina più casalinga del mondo”.

Una cosa però non chiarisce, con grande rammarico di tutti i lettori, dopo averli trasportati dall’isola della Desolazione alla Val Formazza in un excursus di sicuro interesse per chi, come me, è appassionato dello sport invernale per eccellenza: qual è il vero motivo per cui gli sci girano?

Del resto, ogni buon libro lascia con almeno una buona domanda.

Che cosa ci manca del “Popolo che manca*”?

Il piccolo abitato di Ferriere

Il piccolo abitato di Ferriere

Credo che tutti dovrebbero leggere almeno una volta “Il mondo dei vinti” di Nuto Revelli*. Storie così “largamente passate”, per dirla con Thomas Mann, eppure appena dietro l’angolo. Sono le voci degli ultimi contadini del cuneese tra collina, montagna, pianura e langhe quelle a cui Revelli restituisce voce con un’opera meticolosa, per la quale tutti dovremmo essergli grati. Un territorio che, come tanti altri e forse più di altri, ha vissuto il dramma dello spopolamento delle aree montane, un’umanità che eravamo noi Italiani meno di un secolo fa, nella quale drammaticamente stentiamo a riconoscerci. “Spaesati”, direbbe Antonella Tarpino*.

Duecentosettanta testimonianze di uomini e donne che raccontano storie simili, di povertà di fame, di lavoro e di fatica che nemmeno sappiamo più immaginare. Di guerra, anche. Di emigrazione e di lontananza. E’ da poco passato il decimo anniversario della morte di Nuto Revelli e la sua figura ha ancora tanto da dire. Soprattutto oggi, soprattutto in un tempo che sbriciola certezze e apre voragini sotto terreni ritenuti saldi.

Il figlio Marco racconta che Nuto passava i sabati e le domeniche sui monti del cuneese armato di un ingombrante magnetofono Grundig. Aveva fretta. Era ossessionato dalla fretta, perché aveva capito che non aveva molto tempo per fare quello che doveva fare. I suoi intervistati sono gli ultimi cantori di un mondo che non c’è più, ma che in qualche modo, anche grazie alla sua opera, non smette di esistere e di farsi cercare. Di cercarci, forse. Un mondo che ha abbandonato le montagne ed è sceso a valle a favore delle fabbriche, a onorare la decisione per cui l’Italia doveva diventare e sarebbe diventata un Paese industriale.

Ma che cosa è stato abbandonato esattamente? Parliamo di tempi in cui la mortalità infantile era altissima. Non solo per malnutrizione o malattia. A volte i bambini erano semplicemente troppi. E allora si buttavano nel fiume appena partoriti. Nemmeno le donne se la passavano tanto bene, nonostante una qualche forma di potere dentro la famiglia l’avessero. Ma i matrimoni erano combinati e quelle che per qualsiasi motivo non  rientravano nei canoni del sentire comune erano esiliate crudelmente, ai margini di un mondo ai margini. Diventavano masche, temuti e oscuri oggetti di superstizioni di tutti i generi.

Perché allora, almeno noi che andiamo in montagna siamo sempre alla ricerca dei vecchi alpeggi quasi fosse un pellegrinaggio? Perché – ammettiamolo – la storia di queste persone e di questi luoghi non smette di esercitare un’attrazione fortissima su di noi? Che cosa speriamo di trovare nelle pieghe di un tempo che non sembra essere mai stato il nostro?

Forse la chiave di tutto è proprio qui, in questo tempo che vorrebbe cancellare il passato ma non è capace di disegnare un futuro. Frullati da un eterno presente, la memoria appaltata a un motore di ricerca sul Web, proviamo ancora ad alzare la testa. Qual è la ragione ultima del nostro salire, che cosa abbiamo sempre desiderato andando in montagna, se non la libertà? Un termine quasi anacronistico, eppure, e per fortuna, carsicamente vivo. E’ paradossale, ma dopo che abbiamo avuto tutto e anche troppo, quando vogliamo sentirci davvero liberi torniamo alla fatica. A salire una cima cima, a raggiungere i resti di un alpeggio. Perché a differenza di tanti non-luoghi di oggi, i ruderi di ieri ci parlano. E ci dicono che la libertà, citando Gustavo Zagrebelsky, “non è dove non siamo ancora stati ma là da dove proveniamo”.

*Il titolo dell’articolo fa riferimento al film di di Andrea Fenoglio, Diego Mometti e Marco Revelli realizzato con le registrazioni originali delle testimonianze raccolte da Nuto Revelli

*Nuto Revelli, “Il Mondo dei vinti”, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1977

**Antonella Tarpino, “Spaesati”, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2012

Salita al Pizzo Tracciora (VC)

Posted On febbraio 2, 2014

Filed under Ciaspole, Valsesia

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“Pochi comuni vantano una posizione così amena come Rossa: il clima vi è straordinariamente mite, sicchè il suolo produce quasi ogni sorta di frutta, portando a maturanza perfino le pesche e l’uva. La posizione sua poi è delle più felici e le numerose frazioni che costituiscono il comune paiono seminate da una mano gentile delicatissima, che abbia a vuto cura di stenderle sul tappeto più verde e di disporle in modo che tutte abbiano a vedersi a valle e tutte possano inebriarsi al sole…” – Luigi Ravelli “Valsesia e Monte Rosa – Borgosesia 1924

La Valsesia è una terra che, pur vicinissima, conosco poco. Così mi è sembrato giusto iniziare a porre rimedio a questa mancanza piuttosto grave, per un’appassionata del Piemonte come me. Abbiamo iniziato dal paese di Rossa (813 m), e dalla salita al Pizzo Tracciora (1917 m) in Val Sermenza. Quando arriviamo, la mattina verso le 8, il piccolo borgo è animato solo da poche persone che passano per le ripide vie chiedendoci se andiamo al pizzo e il luogo ci ispira subito simpatia. Per saperne di più su Rossa, uno dei primi insediamenti della Valsermenza, vi rimando al blog degli Amici di Rossa, quanto a me mi propongo di leggere il libro di Daniele Arbeilla  “Russa l’me pais”. Spesso, per chi va in montagna, il paese è semplicemente il punto di partenza dell’escursione, ma credo che un po’ di sana curiosità verso i luoghi che si attraversano non possa che arricchirci.

La zona di Rossa fu teatro di una pagina importante della storia della Resisteza: il 7 novembre 1944 un gruppo di Repubblichini attaccò l’alpe Fej, dove era alloggiato un nucleo di retrovia della brigata “Strisciante Musati”. Dei quindici uomini che lo componevano, solo quattro riuscirono miracolosamente a salvarsi. Quattro furono uccisi subito durante l’attacco, sei vennero fatti prigionieri e di loro cinque fucilati poco dopo. Uno si salvò per intercessione del parroco e altri tre riuscirono a fuggire. Le baite conservano ancora i segni della devastazione e l’episodio viene periodicamente ricordato.  (Read More)

Un Mottarone da (ri)scoprire

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Ci sono montagne che, per qualche motivo, si amano più di altre. Non importa l’altezza, non importa il profilo e nemmeno il prestigio. Sono, per lo più, le montagne che ci hanno visto crescere e che hanno acceso noi in qualche modo “la voglia di andare più in là” come direbbe Bonatti (quanto più in là è un dettaglio).

Per me questa montagna è stata ed è il Mottarone e nonostante la cima devastata dai ripetitori, nonostante il comprensorio sciistico decisamente piccolo, nonostante in vetta arrivino non una ma due strade riesco ancora a stupirmi, di più, a incantarmi.

E’ successo l’ultima volta durante queste vacanze di Natale. Nevicate abbondanti, una giornata che inizia con un po’ di pioggia ma che promette tempo migliore, voglia di muoversi comunque.

Decidiamo di non andare lontano e di salire al Mottarone per un bel giro con le ciaspole mai fatto prima. Il giro si individua facilmente seguendo le paline contrassegnate con la dicitura “Anello Grande del Mottarone”. In ogni caso, si comincia salendo alla vetta: noi abbiamo lasciato l’auto al piazzale basso e siamo saliti in corrispondenza del bivio per l’albergo Casa della neve, in modo da non incrociare la pista da sci. Sereno verso il Cusio, cupo e buio verso il Maggiore, gli alberi carichi di neve e poschissime persone in giro: la giornata si preannuncia interessante.

Una volta in vetta serve uno sforzo di concentrazione: ignorate antenne e ripetitori per concentrarvi sul panorama fantastico sul lago Maggiore da una parte, e sul gruppo del Rosa, il Monte Leone e le cime della Valstrona dall’altra. Da qui, si scende costeggiando la pista che ai miei tempi era il “Baby 2” e si prende il sentiero/pista per l’alpe Corti. le paline non seguono la pista dell’alpe Corti (peraltro ormai chiusa) ma il percorso rimane leggermente più in alto, incontrandola solo nella parte bassa.

Da qui ci si dirige verso l’Alpe Nuovo (1204 m) , dove c’è il rifugio del CAI Baveno. A questo punto, davanti a noi è ben visibile il monte Zughero (1230 m), che si risale facilmente fino alla croce di vetta, con gran bel panorama sul lago Maggiore e molta poca folla.  Tutta questa parte di percorso è davvero bellissima, isolata e non particolarmente frequentata. Se avrete la fortuna di passarci subito dopo una nevicata lo scenario è quasi magico.

Dalla cima del Monte Zughero torniamo all’Alpe Nuovo per risalire la costiera tra boschetti di betulle – ma quanto sono belli i rami degli alberi disegnati dalla neve? – e arrivare a un dosso sulla cresta che divide Verbano e Cusio. Dato che non è prestissimo e il giro è ancora lungo, tralasciamo la salita alla Cime delle Guide e proseguiamo in costa fino a sbucare presso l’arrivo dell’ skilift della Rossa.  Proseguiamo quindi verso il laghetto artificiale e il Pian dei Milanesi, per fare una breve pausa al Rifugio Omegna.

Comincia qui la parte forse più selavaggia dell’itinerario, con splendida vista sul Cusio. Attraversiamo lo skilift della pista Baita e, rispetto all’itinerario originale, ci teniamo in costa attraversando il torrentello in un punto agevole restando però più alti rispetto all’Alpe Celle (1275) che fotografiamo dall’alto. Giungiamo quindi alla palestra di roccia aggirando si suoi spettacolari massi nei pressi del settore Casascata e portarci poi al colletto per risalire al punto di partenza.

Il tramonto sulla catena del Rosa è bellissimo, lontano si staglia netto il Monviso. Un’escursione che è una specie di ritorno casa, un viaggio di riscoperta, l’ultima frontiera dell’esplorazione.

Dislivello totale: 450 m

Sviluppo: circa 8 km

Difficoltà; facile.

Le “Tracce Bianche” di Alberto Paleari e Erminio Ferrari: quando ciaspolare fa rima con alpinismo

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Frequento la Val d’Ossola da sempre, ma solo l’anno scorso ho iniziato a utilizzare le ciaspole con una certa regolarità. Si sa, con la neve cambia tutto. Sentieri facili d’estate diventano meno facili, tracce che spariscono, tracce che si formano e quelle distese bianche che fanno bene all’anima e al cuore. Sembra quasi di disturbare, quando si arriva infine in certi alpeggi, dove la coltre bianca – quanta quest’anno! – lascia scorgere solo finestre come occhi assonnati.

Insomma, le ciaspole aprono un mondo. E vanno anche oltre. Alberto Paleari abita a Gignese, poco lontano da casa mia. Da poco ha pubblicato “Tracce Bianche”, un libro che propone un uso un po’ più ardito della ciaspola rispetto alla classica passeggiata nel bosco (che pure non è da disdegnare). Così ho deciso di incontrarlo per farmi raccontare del libro e per chiacchierare un po’ di una terra  – l’Ossola – che amo tantissimo.

Qui sotto l’articolo pubblicato su PlanetMountain.com

Una piccola casa editrice che nasce da una grande passione, anzi due: quella per la montagna e quella per la scrittura. Livia Olivelli e Alberto Paleari raccontano così la (giovane) storia di Monterosa Edizioni. Il vicino esordio è del 2012, con il libro dedicato al Mottarone e in progetto c’è una nuova, piccola collana di letteratura di montagna che si chiamerà “Le Parusciole” (le cinciallegre in dialetto piemontese). Il primo libro in programma, “Kerguélen Il mistero della montagna in mezzo al mare” è una riscrittura di un libro di Alberto Paleari del 1989 e dovrebbe uscire nei primi mesi del 2014.

“Tracce Bianche” è invece l’ultima fatica editoriale di Alberto Paleari, una guida scritta a quattro mani insieme all’amico di sempre Erminio Ferrari e dedicata a percorsi per scialpinisti e ciaspolatori in terra ossolana. Lo abbiamo incontrato per raccontarci qualcosa di questo libro e di una terra affascinante, l’Ossola, di cui è grande conoscitore.

Le ciaspole hanno conosciuto grande diffusione negli ultimi anni, ma la novità di questo libro è l’uso alpinistico della ciaspola non solo passeggiate ma anche cime, dunque…
Tracce Bianche è un libro che deriva soprattutto dalla mia esperienza di alpinista e, in particolare, dalle tante salite invernali che ho fatto. Negli anni 70, le “invernali” erano molto di moda e già allora, quando si trattava di salire un versante più tecnico e scenderne un altro più facile, la ciaspola veniva usata abitualmente, perché in tante situazioni risulta più maneggevole rispetto allo sci. La mia esperienza con le ciaspole si limitava quindi più o meno a questo, mentre Erminio Ferrari, che non sa sciare assolutamente pur essendo un ottimo alpinista, vive la montagna d’inverno solo con le ciaspole. Così, ci è venuta l’idea di andare in giro insieme e abbiamo creato una raccolta di escursioni adatte sia agli scialpinisti sia ai ciaspolatori. Per alcune di queste, che partono da altezze attorno agli 800 m (Valstrona, Val Cannobina) sono più comode le ciaspole, perché ci possono essere lunghi tratti nel bosco, altri invece sono più gratificanti con gli sci. Il libro raccoglie alcuni percorsi inediti e altri che invece sono dei gran classici e nel complesso è un lavoro che ci ha soddisfatto.

Ogni volta che succede qualche tragedia in montagna si parla di subito di divieti e di obblighi: il livello di consapevolezza di chi pratica alpinismo o scialpinismo negli ultimi anni è cresciuto secondo lei?
Devo dire che, in realtà, io mi stupisco di quanti pochi incidenti succedano. A me è capitato diverse volte – soprattutto con gli sci – di rinunciare alla gita perché ritenevo fosse pericoloso, e poi di leggere su Internet relazioni di chi sugli stessi itinerari, lo stesso giorno aveva fatto un po’ di tutto. Considerando anche il numero di persone che negli ultimi anni sono messe a praticare lo sci alpinismo – non si può certo dire che sia ancora uno sport d’élite, anzi – direi che gli incidenti non sono poi così tanti. Io stesso, peraltro, non credo di essere un esempio di prudenza, già due volte mi è successo di sopravvivere a una valanga, ma di sicuro ci sono persone che osano e rischiano più di me. E non è detto che non sappiano valutare, molto spesso probabilmente sono in grado di farlo, altrimenti gli incidenti sarebbero sicuramente di più.

Secondo il suo osservatorio di guida alpina ma soprattutto di grande conoscitore dell’Ossola, quali sono le maggiori difficoltà nella valorizzazione di questo territorio?
In questo periodo, passando in Val Vigezzo, ho notato che tre quarti degli alberghi sono chiusi, perché hanno completamente rinunciato alla stagione invernale. Ciò accade nonostante la valle sia meravigliosa per lo sci alpinismo e per le ciaspole, soprattutto in anni come questo, quando l’innevamento è perfetto. Purtroppo il comprensorio sciistico è limitato, ma è evidente che nessuno ha fino a oggi scommesso veramente su proposte alternative allo sci. La Val Vigezzo, come anche Macugnaga, ha poi il problema delle seconde case, che dopo un certo numero di anni finiscono per rimanere vuote e questo non aiuta certo il turismo. Macugnaga, per esempio, è un villaggio alpino di grande bellezza e potrebbe puntare sulla cultura alpina con una biblioteca e un centro dedicato alla storia dell’alpinismo, ai miti legati al Monte Rosa, alle epopee di chi lo ha vissuto. Del resto, i suoi percorsi alpinistici sono quasi tutti molto impegnativi e il comprensorio sciistico è ripido e relativamente piccolo, quindi la mossa vincente potrebbe proprio essere quella di valorizzare la cultura. La Val Formazza, invece, dovrebbe decidere se vuol essere una valle turistica o una valle mineraria, visto il numero di cave attive. Al momento la rivelazione turistica di tutta l’Ossola è l’Alpe Devero, che forse ha fatto delle scelte giuste, non avendo costruito altro rispetto all’esistente se non la strada, e riuscendo in ogni caso a isolare le auto. Adesso c’è un progetto relativo al collegamento sciistico con San Domenico, non particolarmente auspicabile a dire il vero, soprattutto essendo all’interno di un area-Parco.

Secondo lei che cosa cerca, oggi chi va in montagna?
Prima di tutto credo che chi va in montagna cerchi la vita all’aria aperta e il contatto con la natura. In questo senso per me l’arrampicata è l’attività che dà le sensazioni più belle, sia per l’idea di poter vincere il vuoto, sia a livello tattile, per il contatto con la roccia. Sicuramente poi entrano in gioco elementi come l’ambizione e l’emulazione ma credo che la prima delle cose che attrae chi va in montagna sia proprio la vicinanza con la natura. In Italia, le montagne sono gli unici spazi di contatto con l’ambiente, non abbiamo deserti o grandi praterie, se vogliamo isolarci e restare da soli nella natura tipicamente andiamo in montagna.

Se dovesse consigliare una “traccia bianca” tra tutte, quale sarebbe?
Sicuramente la Punta d’Arbola, che non è difficile e può regalare una bellissima due giorni dormendo al rifugio Margaroli, è un’ottima escursione sia con le ciaspole che con gli sci, e l’inverno è così benevolo da nascondere l’invadenza dei tralicci, di cui purtroppo la Val Formazza è rimasta vittima, pur restando un bellissimo posto.

“Vivere come se si fosse eterni”, alla scoperta di Alfonso Vinci

cover

Esattamente fino al 9 ottobre 2013 non avevo idea di chi fosse Alfonso Vinci. La data non è casuale e non sfuggirà ai miei 25 lettori che parliamo dell’anniversario della tragedia del Vajont – anche se forse sarebbe più corretto usare le parole di Tina Merlin: “dell’olocausto” del Vajont.  Mirella Tenderini aveva pubblicato la cover di un romanzo di Alfonso Vinci, Orogenesi, in cui la tragedia viene raccontata con forte spirito di denuncia. Mi è venuta la curiosità di saperne di più leggendo i commenti al post in cui si diceva, tra l’altro, che Vinci pssò qualche guaio dopo averlo scritto e che il libro fosse comunque ormai introvabile. Così, decisi che invece l’avrei trovato e infatti riuscii a ordinarlo da una libreria di Feltre. Prima ancora che mi arrivasse il libro, scoprii che la scrittrice Luisa Mandrino aveva scritto un romanzo-biografia proprio dedicato ad Alfonso Vinci e andai alla presentazione del volume.

Il libro è “Vivere come se si fosse eterni”, l’autrice è per l’appunto la brava Luisa Mandrino e l’editore è Alpine Studio. Leggendolo, mi sono letteralmente innamorata di questo personaggio, meno conosciuto di quanto meriterebbe e assolutamente straordinario nelle sue mille sfaccettature.

Ho deciso allora di intevistare l’autrice del libro (una lettura che, peraltro, consiglio caldamente) per Planetmountain.com e qui trovate l’articolo. Buona lettura!

 

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