Di picca e di penna

Posted On settembre 24, 2016

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midi

 

Riflessioni a margine del blogger contest 2016 di Altitudini.it

Quando ho iniziato a scrivere questo blog non avevo le idee chiare su quale taglio volessi dargli. Non volevo limitarmi a una mera raccolta di relazioni – o forse lo volevo, ma non avevo e non ho la precisione e la costanza necessaria – ma faticavo a trovare un tono personale, faticavo e ancora spesso fatico a trovare la mia voce.

Credo che scrivere di montagna sia una delle cose più difficili da fare. È come camminare su una cresta sottile: da una parte il baratro della retorica, dall’altra quello dei luoghi comuni (quanto vi fa rabbrividire la locuzione “panorama mozzafiato”? Solo per limitarmi alla più abusata). Paradossale, se si pensa a quanto siano extra-ordinari i luoghi in cui ci avventuriamo, eppure non solo chi va per mare trova sirene a cui opporre il proprio fermo diniego.

Tempo fa frequentai un corso di teatro. L’insegnante ci chiese un esercizio apparentemente molto semplice: interpretare, attraverso la sola gestualità del corpo, un aggettivo da lei scelto. A un certo punto l’aggettivo fu “grande” e noi iniziammo a muoverci per l’aula mimando enormi rettangoli con la braccia, fingendo il sollevamento di carichi sovradimensionati, misurando il pavimento a passi troppo lunghi. A un certo punto, probabilmente stanca di questo spettacolo poco edificante, ci fermò: “Guardate che potrebbe anche essere solo così!” Piedi uniti, braccia lungo i fianchi, testa bassa che si solleva lentamente, occhi e bocca che si spalancano in una “O” muta.

Ecco, credo che scrivere bene di montagna richieda in qualche modo la fatica di restituire al lettore la grandezza rinunciando alle lusinghe della grandiosità, rinunciando alla grandeur, come direbbero i francesi. Un compito improbo e infinito, nel quale ciascuno deve avventurarsi da solo e trovare la propria via. Ma ci sono almeno due persone che possono guidarci su questo cammino accidentato. Due persone apparentemente lontanissime tra loro – una scrisse poco e scalò molto, l’altra scrisse moltissimo ma non credo sia mai andata per terre alte – ma che in qualche modo, per strade molto diverse, arrivano incredibilmente (?) a una conclusione molto simile.

Il mio articolo finisce qui perché, quando si passa la parola ai giganti, poi si può solo stare fermi a piedi uniti, braccia lungo i fianchi, testa bassa che lentamente si solleva, occhi e bocca spalancati in una “O” muta.

“Raccontare, parlare, è molto difficile. È sempre duro arrivare così vicino all’essenza della vita e poi, dopo, ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in simboli i concetti e la totalità dell’esperienza vissuta. Un’esperienza lunga e sofferta che mi ha permesso di capire una verità fondamentale: alla base di tutto, di ogni azione che l’uomo compie, deve esserci sempre l’Amore.”  Renato Casarotto

 

“Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata.” David Foster Wallace

 

 

 

 

Il bacio di Roman

Posted On settembre 15, 2016

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capre

Callimaco (credo fosse lui) diceva che un grande libro è un grande guaio. E’ una delle pochissime cose che ricordo della mia formazione classica naufragata tra i buchi della memoria e le tante inutilia che riempiono il tempo e la mente dei  giorni adulti. E’ forse per questa frase, mai sopita del tutto nella mia mente, che ho scritto sempre racconti molto corti, più o meno riusciti, ma corti. Fino a quando, complice un corso di scrittura creativa che sto facendo, ho deciso che era ora di misurarmi con un racconto lungo.

Il risultato è questo racconto e questo racconto è un disastro, fa acqua da tutte le parti ma ci ho lavorato buona parte dell’estate, quindi lo posto qui lo stesso, prima che la maestra me lo distrugga, poi magari lo tolgo.

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Quarantanove: c’erano tutte. Roman tirò il pesante catenaccio che serrava la porta della stalla e si sedette sulla panca con un sospiro di stanchezza e di sollievo.

Era l’ultima sera in alpeggio. L’aria era fresca e azzurra. Era ancora tempo d’estate, ma il buio ormai scendeva presto e le mattine si facevano più pigre a scaldarsi. L’indomani il gregge sarebbe sceso al paese.

Roman guardò giù il borgo a fondovalle che accendeva le prime luci. Tra poche ore le sue vie si sarebbero vestite a festa, le bancarelle del mercato avrebbero esposto le loro merci colorate, la banda suonato le sue marcette e la grande cucina da campo a rimestato polenta e grigliato carne.

Era salito all’alpeggio il 15 giugno, un giorno grigio di nebbia che negava le montagne, nascondeva i pascoli, rammolliva di fango il sentiero. Era salito con quarantanove capre e il pastore, un uomo alto, moro, dai lineamenti duri ma senza cattiveria nello sguardo. Roman non era abituato alle montagne ma camminava di buon passo, davanti al gregge, dissimulando il fiato corto. Ogni tanto fischiava, ogni tanto richiamava i cani che correvano abbaiando avanti e indietro. Il pastore camminava di fianco a lui e lo osservava in silenzio, aveva capito subito che ci sapeva fare, alle montagne si sarebbe abituato.

La giornata all’alpe cominciava presto. Ci si alzava ai primi segni dell’alba e subito c’era da mungere. Sistemare le capre, dar loro da mangiare, lavarsi le mani, pulire le mammelle e strizzare il capezzolo con il dito medio, poi con l’anulare, poi con il mignolo, in un movimento unico, fluido e continuo, una specie di carezza decisa e il latte che scivolava morbido lungo le pareti del secchio, tiepido e profumato.

Le capre uscivano al pascolo. Andavano, libere e sprezzanti, su per le balze, giù per i dirupi. Alcuni pastori le lasciavano in giro, giorno e notte. Ma Roman sapeva che avevano fastidio della pioggia e appena minacciava, le raggruppava in fretta e furia, le portava in stalla e chiudeva tutto. I temporali mettevano spavento in montagna. I sentieri diventavano ruscelli, le pareti rigurgitavano sassi, aprivano cascate improvvise e l’aria vibrava elettrica, carica di fulmini. Il pastore gli aveva raccontato che, una volta, un fulmine aveva ucciso una vacca dentro la stalla, passando dalla finestra. (Read More)

I 3900 delle Alpi

Posted On maggio 11, 2016

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Cover3900dellealpi

 

Perché siamo così attratti da montagne che in qualche modo tutti hanno già salito? Perché la maggior parte di noi cerca l’avventura dove non c’è? E perché, infine, siamo tanto legati ai numeri?

“I 3900 delle Alpi” è un invito a dimenticare l’altimetro e a godere di ogni salita ogni singolo passo, a riscoprire il gusto di andare controcorrente, a calcare orme antiche nel segno di nuove emozioni e ad ascoltare una vecchia canzone di Leonard Cohen: “Please, don’t pass me by”. Per favore, non ignorarmi.

La recensione del nuovo libro  di Alberto Paleari, Erminio Ferrari e Marco Volken su Planetmountain.com

Sofismi e scialpinismi

Posted On maggio 1, 2016

Filed under Alpinismo per principianti, sci

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arbola

 

(Premessa: se siete scialpinisti di lungo corso, questo post non vi dirà niente, se sciate solo in pista, non vi dirà niente lo stesso. Quindi insomma, non so per chi l’ho scritto, ma ormai l’ho scritto). 

 

Ho imparato a sciare su un campo da golf quando avevo cinque anni. Negli anni Settanta, quando la neve a Natale era una certezza anche 600 metri d’altitudine, papà mi portava sui collinozzi innevati del green di Gignese, tra betulle e giovani faggi, trascinandomi per le racchette e gridando a gran voce “skiliift!”.

Papà non ha mai sciato in vita sua, nemmeno da giovane, però conosceva bene la teoria dello spazzaneve: “Tieni il busto a valle, porta il peso a destra, porta il peso a sinistra”. Correva davanti a me con i doposci di camoscio e disegnava le traiettorie.

Dopo avermi trasmesso i rudimenti della frenata a cristiania, decise che era tempo di affidarmi ai maestri del sci del Mottarone. Non credeva alle lezioni collettive, o forse aveva semplicemente capito che ero troppo imbranata. Ebbi quindi un maestro a disposizione per un numero imprecisato di lezioni e alla fine avevo più o meno “imparato a sciare”.

Come per tanti milanesi della mia generazione, lo sci fu la porta d’ingresso alle terre alte: levate all’alba, sbadigli in autostrada, sciate fino alla chiusura degli impianti, cioccolata calda e coda all’ora del rientro. Le montagne erano un fantastico panorama ma irrimediabilmente lontano, un orizzonte da guardare, ma sempre a debita distanza.

Sciare in pista mi ha regalato tanto divertimento, anzi, tanta felicità. Mi ha permesso di mettermi alla prova su terreni comunque protetti e credo che, onestamente, questo fosse l’unico modo in cui una come me, proveniente da una famiglia che con l’alpinismo non aveva nulla a che fare, oltre che completamente priva di intelligenza motoria e di spirito d’avventura, potesse avvicinarsi alla montagna senza venirne in qualche modo respinta.

Ci fu anche un momento particolarmente buio nella mia vita, in cui toccò avere a che fare con quella strana cosa che sono gli attacchi di panico. Non sono sicura che si guarisca mai veramente dalla paura della paura, ma se dovessi pensare al momento in cui mi sono sentita in qualche modo fuori dal guado, fu quando, tornata letteralmente in pista dopo diversi mesi in cui faticavo a uscire di casa, mi risolsi ad affrontare da sola il muro del Valgussera di Foppolo.

Ricordo farsi strada piano piano l’euforia che prende su certi terreni appena un po’ ripidi, quando il tuo corpo, gli sci, la neve e anche il cielo sembrano per qualche breve istante essere una cosa sola. Quando sai perfettamente che cosa devi fare. Alla fine del muro, sentii che in qualche modo ero tornata, anche se non avevo perfettamente chiaro da dove.

È da soli due anni che ho praticamente abbandonato le piste a favore di pelli e neve fresca. Ogni tanto mi chiedo perché abbia aspettato tanto. Di fatto, prima che lo scialpinismo si facesse spazio anche solo nella mia mente, ho salito qualche facile via normale, ho camminato lungo sentieri selvaggi, guadato torrenti a piedi nudi, fatto pochi e maldestri tentativi di arrampicata. Credo insomma di aver dovuto iniziare, anche se in maniera quasi inconscia, un percorso di apprendimento sul campo per capire che la montagna non è l’ambiente idilliaco e addomesticato in cui mi ero sempre mossa fino ad allora.

Per significare “nella natura selvaggia”, gli Americani utilizzano spesso il termine “out there”, una locuzione mirabilmente sintetica e per noi pressoché intraducibile, perché l’aggettivo “selvaggio” ha qualcosa di romantico che nel più brutale “out there” sparisce del tutto. Per molti di loro, avvantaggiati dalla frequentazione di spazi sterminati e da un rapporto più naturale con gli ambienti poco antropizzati, la natura è semplicemente “out there”, il posto dove devi saperti muovere oppure sono fatti tuoi.

Comunque, tornando al giorno in cui abbandonai le piste, il primo impatto non fu particolarmente incoraggiante: io, out there, non riuscivo a restare in piedi. Una curva, una caduta, in maniera metodica. Ma così come anni prima mi ero accanita testardamente su tutte le piste nere che mi capitavano a tiro, prima di iscrivermi a un SA1 dedicai una stagione a macinare i fuori pista a bordo pista. Con risultati discutibili. Non mi iscrissi quell’anno e nemmeno quello dopo, quando sulla facilissima cresta del monte Ziccher il mio compagno mi disse senza troppe cerimonie: “non puoi fare il corso se ti muovi così male su una cresta come questa”.

Alla fine, però, è molto difficile che io rinunci a qualcosa di cui intraveda l’importanza. Così, dopo la prima uscita al Pian dei Cavalli  – il toponimo è indice della difficoltà del percorso – e dopo aver completato questo sospirato SA1, allo scialpinismo sto prendendo gusto, nonostante, o più probabilmente proprio a causa dell’immensa fatica che mi ha richiesto e mi richiede abbandonare la mia zona di comfort.

La montagna mi ha regalato tanto senza mai regalarmi niente. Il poco che riesco a fare è frutto di una testardaggine che sorprende me stessa per prima – non supportata da nessuna predisposizione – e dell’aiuto delle persone che hanno voglia di muoversi con me.

Ogni salita e ogni discesa che faccio è come se allargasse un tantino il raggio del mio “si può fare”, ma mentre scrivo queste stesse righe sento che portare tutto alla sfera motivazionale sarebbe veramente riduttivo. Alla fine penso che l’andare in montagna, che l’abbandonare le piste non abbia tanto a che fare col “portarsi a casa qualcosa” – per farne che? – ma con il lasciare qualcosa lassù. C’è un altro termine americano che viene in auto qui ed è Mindfulness – a sua volta traduzione della parola “Sati” in lingua Pali,  che significa essenzialmente consapevolezza, nel senso dell’attenzione non giudicante al qui e ora. Si tratta, credo, di essere tutt’uno con gli elementi al di fuori di noi, di diventare neve, vento, sole o ghiaccio. Si tratta di una delle pochissime occasioni che oggi ci vengono date per dimenticarsi del proprio sé più strutturato e ritrovare infine la nostra dimensione “animale”, talmente perduta da non sapere più quanto forte sia il nostro bisogno di essa.

 

 

 

 

 

 

Esercizi di anarchia e libertà

Posted On dicembre 31, 2015

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maniglia

Stavamo salendo verso il Monte Maniglia, in Val Maira, in uno dei pochissimi giorni senza sole di quest’estate. A dire il vero, camminavamo avvolti da una nebbia scura e opprimente, che solo a tratti dava segno di voler cedere ai tentativi troppo timidi dei raggi del sole. Avevamo fatto circa novecento metri di dislivello, le montagne attorno si potevano solo intuire, sagome vaghe attorno a noi, di fatto camminavamo guardandoci i piedi.

A un certo punto, e senza un motivo particolare, mi sembrò che potesse bastare.

“Torniamo indietro?”
“Ma va, sento l’odore della vetta!”
“Certo, arriviamo fino a qui per tornare indietro ora”.
I miei compagni di escursione ovviamente non erano d’accordo. Non tornammo indietro e, come si conviene, arrivammo in cima. È incredibile come la nebbia sia capace di togliere qualsiasi retorica a una vetta. Senza panorama, circondati da un grigio umido piuttosto omogeneo, seduti sulle rocce anch’esse grigie, avremmo potuto essere ovunque. Aspettammo invano che il cielo si aprisse. Nelle nubi a un certo punto si stagliò la forma di un cane, poi quella di un uomo, che si fermò sull’antecima. Ci salutammo con un cenno, e dopo poco ridiscesero. Noi aspettammo invano ancora un po’ e poi, come eravamo saliti, ci abbassammo tra le nubi.
Mi è successo altre volte di voler tornare indietro o fermarmi a poche decine di metri da una cima. A volte per paura di qualche passaggio, a volte per sfinimento. Ma rivendico un’ombra di ribellione in questo desiderio di per sé rinunciatario. L’idea di dover sottostare a un obiettivo anche in montagna in fondo mi sta stretta.
Detesto mancare un cima – il peso dei significati legati a una croce, a un ometto o un sasso è ancora troppo forte – ma per certi versi detesto anche raggiungerla. Perché poi è “fatta” e il “farcela” è qualcosa che mi lascia sempre un fondo amaro, qualcosa che invece di riempire svuota.
E poi c’è subito un’altra cima, un’altra montagna da immaginare e da fare. È un gioioso gioco infinito, ma il confine con la trappola è labilissimo.
Simone Moro dice che quando gli capita di non raggiungere una vetta non sente di aver bruciato la spedizione: “non pratico alpinismo neppure per i dieci o quindici minuti in cui ti trovi in vetta; quando sono in vetta, non sono in un posto più bello rispetto a venti metri prima.”
Per il nuovo anno auguro a me stessa di saper essere abbastanza libera da tornare indietro quando ho voglia. A voi di praticare esercizi di umiltà e di anarchia, non necessariamente in quest’ordine.

Le avventure degli altri (Ciao, Gianfry)

Posted On agosto 31, 2015

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simonetta radice BC15

Da bambina, volevo vivere come te.

La mia casa, una baita nel bosco, i colori squillanti dei pennarelli nuovi. Il mio cibo, pezzi di pane nel giardino, per gioco nascosti, per gioco trovati. Tu, a un certo punto, lo facesti davvero. Accantonasti il tuo lavoro e il tuo cognome – “lassù non serve” – dicevi. Per tutti diventasti Gianfry e basta.

Sulle montagne ci andasti scalzo. I tuoi piedi si fecero erba, neve, roccia. Il tuo incedere agile di balzi. Per sedici anni casa tua fu il bivacco di Vald, in Val Grande.

Estate: le notti dolci e silenti d’abbandono risuonavano delle note soffiate nel tuo corno.

Autunno: scrocchiare di foglie, spezzare di legna, profumo di resina. Più rado il passaggio degli escursionisti a portarti saluti, libri e magari un pacco di pasta.

Inverno e ti dissero che no, non saresti sopravvissuto, non in Val Grande, dove i giorni ti sfiniscono di neve e solitudine, quando anche solo il gesto di muovere un passo reclama attenzione. Ma poi arrivava primavera e primavera arrivava davvero solo quando qualcuno dava notizie del Gianfry, non appena la neve liberava i valichi più alti.Ti avevano visto, ti avevano parlato. Avevi trascorso cinque mesi senza vedere nessuno.

Se ti avessi qui davanti, non ti chiederei il perché, ma il cosa e il come. Come hai passato quel tempo ovattato, quei silenzi tinti di bianco? Com’è obbedire al solo ritmo che il corpo dice, senza obblighi, senza lancette, senza le infinite distrazioni del quotidiano commercio con il mondo? Com’è l’avventura nuda di vivere?

Ma io non ti ho davanti, né ti avrò più. A dire il vero, non ti ho mai conosciuto e l’unica volta in cui ti vidi non ebbi cuore per chiederti questo. Non ebbi cuore allora e adesso non è più tempo, perché tu ne sei andato in un giorno caldo di inizio estate. Senza medici e senza diagnosi, come sempre più spesso mi trovo a pensare dovrebbe essere.

“Se un uomo non tiene il passo con i compagni, forse questo accade perché ode un diverso tamburo. Lasciatelo camminare secondo la musica che sente, quale che sia il suo ritmo o per quanto sia lontana.” A queste parole di Thoreau, e al vento che accarezza i faggi della val Grande, il compito di dirti il mio saluto.

La Valle Antigorio e Le donne Lupo – Intervista a Laura Pariani.

Posted On aprile 30, 2015

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donne_lupo
“Ci sono storie che, via via che gli anziani muoiono, si perdono finiscono accantonate come mobili vecchi per essere rimpiazzati da oggetti di plastica, uguali a tanti altri nel mondo. Ho voluto fare un tentativo di dare voce a queste storie, a queste donne, prima che loro memoria scompaia per sempre.”
Laura Pariani racconta così il suo romanzo “La valle delle donne lupo”, frutto di un lavoro di ricerca basato in buona parte sulle testimonianze orali di anziane donne della valle Antigorio in alto Piemonte.
«Vivere da morta. Patire da muta. Obbedire da cieca. Amare da vergine».
La legge della montagna è anche questa. In una società autoritaria e maschilista, il destino di una donna sembra essere scolpito in queste poche parole, pena l’esclusione da un mondo paradossalmente già ai margini.
Ma Fenisia, la protagonista de “La valle delle donne Lupo”, è diversa e ribelle. Vive di fianco al cimitero, fin da piccola gioca con le tombe e non si rassegna a un vita a testa bassa, a un padre violento, a un amore che non è suo. Ad accompagnare il suo dramma, il grande lavoro linguistico di Laura Pariani che dà nuova vita alla parlata del “paese piccolo” fondendo italiano e dialetto in maniera profondamente evocativa.
“Ho fatto questa ricerca verso la metà degli anni 70, quando ero molto giovane e avevo da poco finito l’università. Ho cominciato a frequentare la valle Antigorio d’estate, ed è diventato a poco a poco un posto che mi piaceva e che ho imparato a conoscere bene. Era un periodo in cui mi interessava molto la musica popolare e avevo in mente una ricerca sulla canzone narrativa piemontese e in particolare sulle quelle canzoni che avevano come argomento personaggi femminili. Ho cominciato a Premia, registrando e ascoltando la donna che mi affittava la baita; registravo le canzoni che le venivano in mente e le chiedevo di dirmi a quali storie si riferivano, chi gliele avesse insegnate, in quali occasioni venivano cantate. Dopodiché, siccome a quell’epoca camminavo molto, ho iniziato a salire agli alpeggi fermandomi anche qualche giorno. Andavo in giro con questo micro registratore a transistor come si usavano allora, ascoltavo e registravo: la ricerca è nata così”
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La montagna, in queste pagine, è soprattutto un luogo duro, che condanna gli uomini alla fatica e le donne al dolore, isolando senza proteggere. Ma il dolore non è privo di saggezza e la durezza della natura non è priva di conforto. Può essere l’amicizia di una cugina, il volo di un falchetto, l’allegria di un canto come “La cansun busiarda” che la protagonista cita a un certo punto del romanzo.
“In realtà, è una canzone legata al carnevale. Le canzoni hanno sempre un’occasione per essere cantate e questa mi ha sempre incuriosito perché rappresenta il mondo alla rovescia ed è probabilmente un canto antico e anche molto fantastico, mentre in genere le canzoni parlano di storie realistiche e, soprattutto quelle che parlano di donne, sono molto crude, mentre questa ha un’atmosfera sognante e per certi versi anche buffa”.
C’è una voce che risuona nelle orecchie di Fenisia e, insieme a lei, nelle orecchie di tutte le donne della valle. Insieme alla fatica, alle donne si chiedeva l’obbedienza: “Fai la brava, non fare la pazza”. Un invito a tacere, non uscire dai ranghi, a non alzare la voce. E’ stato difficile raccogliere le testimonianze di donne abituate al silenzio?
“Alla fine non è stato difficile perché c’erano molte donne anziane sole, che avevano voglia di parlare e di raccontare. Un primo momento di diffidenza iniziale era inevitabile, soprattutto quando mi vedevano con il registratore. Ma al secondo incontro, quando già mi conoscevano, era tutto più facile. E’ stato un avvicinamento molto lento ma io non avevo fretta e, anno dopo anno, la loro confidenza aumentava. Si è trattato di un lavoro che ha richiesto perseveranza e la motivazione sufficiente a non scoraggiarsi al primo rifiuto. Le persone anziane si sentivano un po’ intimidite, soprattutto per via del registratore e infatti alla fine non lo usavo più, perché era come se le persone si bloccassero in sua presenza. Cercavo di ricordare tutto quello che mi dicevano e di scrivere subito dopo l’intervista.
Infatti nel libro, nelle interviste a Fenisia ho conservato questo modo di lavorare perché la protagonista non parla mai in prima persona ma ricorre sempre “lei dice” o “la Fenisia riferisce” che è la formula che usavo per trascrivere le interviste e ho voluto conservarla, anche per ricordare una di queste donne che parlava di sé in terza persona, come a volte fanno i bambini.
Donne che si trasformano in animali, donne che la notte partecipano a incontri misteriosi con forze malefiche, donne capaci di guidare forze misteriose per guarire le persone. La valle Antigorio è storicamente un territorio di streghe e di caccia alle streghe. Il fatto che ci fosse la “stregheria” è una cosa che si sente sempre sottopelle in questa valle, perché certe credenze “magiche” persistono nel tempo, insieme alla fiducia che certi problemi vengano risolti per mezzo di un incantesimo, di una formula magica o di una persona capace di guidare certe forze in un senso piuttosto che nell’altro. D’altra parte, tutte le storie che si raccontano, che siano favole o storie fantastiche, non sono mai storie felici: si racconta di frane, fiumi in piena, ponti che crollano, situazioni di pericolo risolte da interventi di personaggi come la strega o il prete che agiscono in vario modo per salvare il pese, un campo, un prato, le bestie. C’è la storia della Vaina, per esempio, questa bambina che viene rifiutata dalla madre e buttata giù dalla montagna, e mentre cade si ode questo rumore di valanga che porta sventure; ci sono animali fantastici nascosti nelle grotte e c’è un immaginario fiabesco ricchissimo nella Valle Antigorio che merita di essere studiato. Negli anni 70 tutti raccontavano queste storie, e vorrei che restasse la memoria di queste donne. Donne che facevano la “fisica”, sanatrici, che hanno avuto una loro funzione importante all’interno della società alpina e che ora non ci sono più.”
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Eccole, le donne lupo. Donne temute, disprezzate ma anche ricercate per i loro presunti poteri. Donne capaci di non uniformarsi al sentire comune, donne solitarie o semplicemente sole.
“Il lupo è l’animale alpino per eccellenza e l’animale su cui si è detto il peggio possibile. I racconti con il lupo hanno terrorizzato generazioni di bambini, anche in luoghi in cui non c’erano lupi. E’ veramente un animale mitico, capace di tendere agguati e di mettere in pericolo la vita del debole anche se, in effetti, oggi il debole è proprio lui, nonostante persista nell’immaginario quest’idea di un animale che uccide per malvagità. La realtà della vita dei lupi racconta invece ben altre storie, ma io ho cercato di recuperare il valore che al lupo veniva attribuito nei tempi antichi in tutte le mitologie, a partire da quelle italiane in cui è una figura molto positiva e che incarna la fertilità. Questo retaggio, in parte è rimasto vivo nelle credenze della montagna, ma io ho voluto interrogarmi su come sia stato possibile passare dalle immagini del lupo e della lupa come rappresentative dell’intesa e della fertilità sessuale, a questa assolutamente negativa delle favole ottocentesche dei fratelli Grimm o di Perrault. Qui il lupo è decisamente malvagio e ha perso del tutto l’antico valore simbolico delle feste dell’antica Roma, i Lupercalia, dove i sacerdoti lupercali indossavano pelli di lupo e le donne aprivano le mani per farsele frustare in modo da acquisire la fertilità. Ecco, come si sia passati da un’immagine dove il lupo rappresenta la felicità e la fortuna per una donna a quella delle favole ottocentesche sarebbe un passaggio da studiare: nel libro ho voluto dare un’altra possibile immagine del lupo come amico e alleato della donna”.
Le donne lupo sono anche le donne sepolte nel “prato delle balenghe” di cui parla Fenisia, un cimitero sconsacrato ai margini del paese, un luogo da cui la protagonista è attratta fin da piccola, tra premonizione e destino.
“Mia nonna era della Val Seriana e, quando io ero piccola, raccontava la storia di questo cimitero sconsacrato, riservato alle donne che avevano commesso qualcosa che secondo la comunità era ritenuto un crimine. Le cause di colpevolezza erano molto varie, ma spesso avevano a che fare con la disobbedienza. Anche se non si può parlare di schiavitù, rispetto al marito, al padre, ai fratelli e anche alla suocera ogni donna aveva una serie di regole a cui attenersi. Se non obbediva c’erano ammonizioni e fastidi fisici e, come estrema punizione, il prete poteva togliere la possibilità di venir seppellita al cimitero. Da piccola mi chiedevo spesso che cosa queste donne potessero aver fatto per meritare di essere escluse anche da questa piccola comunità, mi piaceva pensare che in qualche modo i morti si tenessero compagnia chiacchierando la notte, quando il paese dormiva”.
Un territorio può ispirare un libro e un libro può insegnare a conoscere e amare un territorio. “La Valle delle donne lupo” è così, evoca l’eco di storie lontane per una riflessione senza tempo sulla montagna, casa e prigione degli uomini e soprattutto delle donne che l’hanno abitata.

(Laura Pariani è anche l’autrice dei fumetti ispirati a questo libro).

Ferriere e il canto della betoniera

Enciastraia da Rocca tre Vescovi

Enciastraia da Rocca tre Vescovi

Arrivai a Ferriere un caldo pomeriggio d’agosto, senza sapere nulla. Ferriere era giusto una base, ci saremmo fermati al rifugio Becchi Rossi per salire l’Enchestraia e la punta tre Vescovi, poi ci aspettava la partenza verso Milano.

Quella mattina avevamo salito il Becco Alto d’Ischiator, in una giornata tersa e senza ombra di nube. A malincuore avevamo poi lasciato il rifugio Migliorero e le sue fattezze di castello scozzese, poco frequentato in quei giorni nonostante il Ferragosto incipiente, e avevamo continuato il viaggio lungo la Valle Stura, fino a Bersezio, per poi inerpicarci lungo gli stretti tornanti che portano all’abitato di Ferriere. Il rifugio Becchi Rossi è ricavato nella ex Canonica, proprio di fianco alla Chiesa. C’è un campo da bocce a Ferriere, vagamente in salita, e un museo dedicato ai mestieri contadini e al contrabbando, due realtà intrecciate a filo doppio nel passato di queste valli, la Francia a pochi passi di distanza.
Il pomeriggio era caldo e limpido; mentre bevevamo pigramente una birra sulle panche fuori dal rifugio, ci teneva compagnia, e forse anche un po’ ci infastidiva, il rumore di una betoniera e le voci degli operai che lavoravano a una vicina abitazione. La sera, le sagome delle montagne si stagliavano nere e nette su un cielo che faticava a imbrunire.

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La montagna… cantata.

carcassonne1209

Agosto 1209: i Catari vengono espulsi nudi dalla città di Carcassonne

 

Nel nostro immaginario e nelle nostre più felici esperienze, alla montagna si associa l’idea del silenzio. Ma questa è una verità soltanto parziale perché, in un tempo neanche troppo lontano – fino alla fine degli anni Cinquanta almeno –  le nostre valli echeggiavano di richiami, di canti e di voci.

La cultura occidentale, basata sulla tradizione scritta, fatica ad attribuire valore a quella orale. Eppure un canto, al pari di un’immagine, di un libro o di una scultura, è la testimonianza viva di un territorio, di una civiltà, del tempo trascorso. E’ qualcosa che parla di noi, della nostra vita presente e passata ma, diversamente da tutto il resto, lo fa con l’ausilio potente della musica.

Non parlerò in questo articolo dei cori alpini, nonostante a questi si pensi immediatamente quando si parla di musica di montagna, ma porterò alcuni esempi di canti popolari delle terre alte che ho avuto modo di studiare e che mi hanno particolarmente colpita. Scrivo queste righe e subito penso all’Arsunà: vocali, sillabe, o addirittura poesie, canzoni che gli abitanti degli alpeggi della Val Grande (VB) intonavano dopo le giornate di duro lavoro per comunicare da valle a valle, da alpeggio a alpeggio. Serenate, dichiarazioni d’amore o semplici saluti: la voce dei pastori diventava la voce stessa della montagna, la risposta dell’uomo ai mesi di isolamento forzato. In generale, il canto popolare è la più chiara espressione del fatto che le montagne non sono mai state vissute come barriera, piuttosto come punti di passaggio, di incontro e di scontro anche, a volte, come presto vedremo.

Come un’Arsunà, le canzoni popolari viaggiano da una valle all’altra: come in un telefono senza fili cambiano i testi, le lingue, a volte variano le melodie, ma ogni canto resta sempre chiaramente identificabile e spesso descrive un archetipo della vita di allora. Dimenticate qualsiasi immagine idilliaco-romantico legata alla montagna: qui si raccontano storie dure: infanticidi, femminicidi, emigrazione o povertà. E’ la vita, e si canta.

Senza pretese di esaustività voglio parlare brevemente di tre liriche legate in qualche modo alle terre alte.

Mariolin bella Mariolin – L’infanticida alla forca

“L’infanticida condannata è argomento di canto popolare in quasi tutti i paesi” – così scrive lo studioso Costantino Nigra e in effetti, come quasi sempre accade con i canti popolari è difficile risalire alle sue origini prime. Che questo tema non esatttamente edificante sia così ricorrente non stupisce e si lega alle dure condizioni in cui vivevano le donne (soprattutto) in montagna. Un figlio illegittimo non era ovviamente ammesso “M’è ben più caro d’esser dannata che essere una ragazza disonorata” dice una delle versioni riportate dal Nigra; ma a volte bastava una condizione di povertà spinta perdecidere che un figlio in più era un figlio di troppo. Ho avuto modo di studiare una versione di questo canto raccolta in Valle Vigezzo – a Craveggia in particolare. Ne esiste una versione lombarda molto simile, con qualche strofa in più mentre in altre appare la figura del “géntil galant” che chiede di vedere la bella prigioniera (e gli viene risposto che la vedrà solo in compagnia del boia). Il nucleo centrale più antico è però quello del bambino gettato nell’acqua, che ricorre in tutte le versioni e che, nella tradizione anglo-sassone e germanica, vede il salvataggio miracoloso del bambino da parte degli angeli e la sua visita alla madre in prigione, setti anni dopo l’infanticidio. Qui potete ascoltarne una delle versioni più comuni.

Mariolin bella Mariolin – Testo

“Mariolin, bella Mariolin, Mariolin, bella Mariolin,
Dove hai meso quel bambino che avevi?”.
” Mamma de la mia mamma, l’ho gettato in peschiera”.
“Figlia mia, parla più pian; Figlia mia, parla più pian
parla più piano che nesuno ti sente, ti sente la giustisia e la ti vien viene a prendere”.
E l’hanno presa, l’hanno legà, l’hanno presa, l’hanno legà
L’hanno legata con catene sicure, la bella Mariolina l’è in prigioni scure.
“Mamma mia, portèm del pàn, Mamma mia, portèm del pàn
portèm del pane e del’acqua ben fresca: e l’aria dela prigione mi fa male alla testa”.

O cielo cielo / come faremo a girare la Francia

Il tema di questo canto – la diserzione – si intreccia con quello dell’emigrazione verso la Francia, fenomeno molto diffuso tra gli abitanti delle vallate alpine. Il canto sembra essere originario della bassa val Chisone e il riferimento alla ferma di leva di 30 mesi, permette di datarlo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. C’è anche chi attribuisce questa canzone al Trentino Alto Adige ma, come sempre, il canto popolare non ha padroni e ne troviamo versioni raccolte in Val Vigezzo e nella bergamasca – con una significativa variante di testo in cui il disertore viene arrestato,.  La versione della Val Vigezzo la propongo qui, cantata da Lorenzo Valera, Valentina Volonté e Laila Sage, dell’Associazione Passamontagne, niente meno che i miei insegnanti di canto. Qui invece il link a quella classica cantata dal coro della SAT, c

Come faremo a girare la Francia – testo

Come faremo girare la Francia
senza carte
senza carte della nostra nazion

Faremo fare un gran passaporto
vivo e morto
vivo e morto in Italia mai più

E scriveremo al re d’Italia
qualche cosa
qualche cosa ci manderà a dir

Ci manda a dire tornate in Italia
trenta mesi
trenta mesi a fare il soldà

O cielo cielo

O cielo cielo sta pure sereno
O cielo cielo sta pure sereno

Che questa notte che questa notte
Noi dovremo partir (2V)

Traverseremo pianure e colline
Sulle montagne della Savoja
Disertori sarem

Come faremo a girare la Francia
Senza aver soldi e senza scarpe
Per poter camminar

Domanderemo ‘la nostra regina
Che qualche cosa che qualche cosa
Lei ci manderà a dir

Ci manda a dire tornate in Italia
Turné In Italia turné In Italia
lalalalalala

Lo Bouié

Poteva mancare la cultura occitana parlando di musica popolare della montagna?  Ecco  una lirica antichissima e bellissima, risalente al Medio Evo (XIII secolo circa) e di cui i Catari si appropriarono nel periodo delle crociate contro gli Albigesi (1209-1229). Si tratta in realtà di un canto simbolico e criptato, che non conobbe pressoché variazioni nella melodia mentre le versioni di testo sono come al solito diverse. Lou Bouié veniva utilizzato per inviare messagggi in codice attraverso le diverse valli abitate dai catari, nell’imminenza del periocolo di attacchi da parte dei cattolici romani. Le cinque vocali che ricorrono AEIOU sono le iniziali del motto dei re d’Aragona, sceso in campo contro i crociati: Austri Est Imperare Orbi Universo (“il comando del mondo appartiene al Sud”) e tutto il testo è potentemente simbolico.

L’esordio del canto vede il bovaro ritornare a casa dal lavoro e trovare la moglie – Joana – ammalata: il riferimento qui è alla condizione di fragilità della chiesa catara, sotto attacco in quanto ritenuta eretica, e il nome della moglie riporta naturalmente al Vangelo di S. Giovanni, testo a cui quest’eresia era ispirata. La rapa, il cavolo e l’allodola con cui il bovaro prepara la zuppa per la moglie alludono invece ai blasoni dei grandi cavalieri catari e il canto di questa seconda strofa è in realtà una richiesta d’aiuto, un richiamo all’intervento armato. Infine, nelle ultime due strofe la donna – che sempre rappresenta la chiesa catara – chiede di essere seppellita nel profondo della grotta e aggiunge che le persone che sarebbero passate nel futuro da lì avrebbero bevuto solo acqua insanguinata. Qui la metafora fa riferimento alla sopravvivenza del catarismo anche qualora i cattolici ne avessero avuto ragione: il suo lo spirito sarebbe infatti sopravvissuto attraverso la rinascita del suolo. E l’acqua insanguinata? Quando i Catari erano costretti a fuggire da un luogo, prima che il nemico ne prendesse possesso inquinavano e avvelenavano le fonti d’acqua, affinché gli occupanti cadessero ammalati o avessero comunque vita difficile.

L’eresia catara fu completamente sterminata – è il caso di dirlo – dai crociati cattolici. Ove non vi furono massacri vi furono umiliazioni – gli Albigesi fatti sfilare nudi per uscire dalla città di Carcassonne nel 1209 – e papa Gregorio IX fu solerte a instaurare l’inquisizione nella città di Tolosa, per inferire il colpo di grazia all’eresia. Con il 1255 i catari furono storia e con essi finì anche la grandiosa civiltà occitana. Del loro messaggio di ritorno alla povertà della Chiesa resta l’immagine di Joana che, nella strofa finale, assurge al cielo con le sue capre.

Qui potete ascoltare la versione del quintetto Nigra.

Una curiosità: il canto, data la bellezza della melodia, divenne poi parte del repertorio di musica sacra della chiesa catttolica, naturalmente con un testo diverso. Pare che Giovanni Paolo II lo abbia cantato poco prima di morire.

Lou Bouié – testo

LOU BOUIÉ

Quand lou bouié vèn de laura,
Quand lo bouié vèn de laura,
Planto soun aguïado,
A, e, i, o, u
Planto soun aguïado.

Trobo sa femo au pèd dóu fiò,
Trobo sa femo au pèd dóu fiò
Tristo e descounsoulado
A, e, i, o, u
Tristo e descounsoulado.

Se siés malauto, digo-lou,
Se siés malauto, digo-lou,
Te farai un poutage
A, e, i, o, u
Te farai un poutage.

Am’ uno rabo, am’ un caulet,
Am’ uno rabo, am’ un caulet,
Uno lauseto magro
A, e, i, o, u
Uno lauseto magro.

Quand sarai morto, enterras-me,
Quand sarai morto, enterras-me,
Au plus founs de la cavo
A, e, i, o, u
Au plus founs de la cavo.

E li roumiéu que passaran,
E li roumiéu que passaran,
Prendran d’aigo signado
A, e, i, o, u
Prendran d’aigo signado.

E diran qualo es morto eici,
E diran qualo es morto eici,
Acò’s la pauro Jano
A, e, i, o, u
Acò’s la pauro Jano.

Que s’es anado au Paradis,
Que s’es anado au Paradis
Au cèu amé si cabro
A, e, i, o, u
Au cèu amé si cabro.

 

Fonti:

http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=en&id=39999

http://www.cantarstorie.com/

http://books.google.it/books?id=1w_JAgAAQBAJ&pg=PA260&lpg=PA260&dq=mariolin+bella+mariolin&source=bl&ots=qoSce8drvW&sig=xC9cFs4ri7mNFyXWk0Fz3UWKTRk&hl=it&sa=X&ei=ePQOVPfYDI7TaOfIgrAB&ved=0CC8Q6AEwAg#v=onepage&q=mariolin%20bella%20mariolin&f=false

Fonti immagine:

http://www.antiwarsongs.org/c

 

Perle nascoste in Valle Antigorio – Il lago di Brumei

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Camminare sei, sette ore, non incontrare nessuno. Distinguere a fatica il sentiero, tra bolli di vernice stanchi di tempo e una traccia che rischia anno dopo anno di finire divorata da una vegetazione padrona. Non raggiungere nessuna cima ma specchiarsi nelle acque limpide di un lago effimero che, solo in estati ebbre di pioggia e di vento come queste, si rivela nella sua veste migliore.  Ci sono ancora posti così nelle Alpi, lontani dal turismo di massa ma anche di quello d’élite, semplicemente poco frequentati in assoluto, anche dagli escursionisti locali. “Montagne che non danno gloria” per dirla con Maurice Braudel ma dove “è ancora concesso di sentirsi liberi”. Liberi di perdersi, di non lasciare il proprio nome su nessun libro di vetta, di non aggiungere “una tacca sul fucile” come si finisce col fare con troppe ascensioni.

Siamo qui in Valle Antigorio, non ancora alta montagna, non più valle prealpina. Osservatorio privilegiato per la geologia delle Alpi – la famosa finestra di Verampio ne svela lo strato più basso -è terra di orridi, di prati e pascoli, di una storia antica e complessa. Abitata dall’uomo fin dalla preistoria, fu territorio privilegiato di incontro tra la civiltà mediterranea e quella atlantica, come dimostra la coesistenza di strutture in pietra a falsa volta e circoli di strutture megalitiche. Nel sedicesimo secolo fu teatro di una tragica pagina scritta dall’inquisizione, con la caccia e i processi alle cosidette “streghe di Baceno” mentre in tempi più moderni vide, al pari di tante valli alpine, il fenomeno dell’abbandono degli alpeggi. Qui Laura Pariani ha raccolto testimonianze per il suo splendido romanzo “La valle delle donne lupo”, a documentare la difficile vita di una donna nei mondi chiusi.

Impossibile capire dal fondovalle – stretto e abbastanza severo – la dolcezza dei pascoli e degli alpeggi rifugiati sulle montagne, la vastità degli spazi sospesi, le praterie nascoste. In uno di questi spazi, si nasconde il lago di Brumei. Un lago effimero, si diceva, alimentato esclusivamente da acque di fusione e che, nelle estati più calde, si riduce a pozza o scompare del tutto. Lo vidi così, poco più che uno specchio d’acqua fangosa, qualche anno fa, dalla cima del monte Cistella, ma decidemmo andarci, per il fascino che esercitano su di noi da sempre i luoghi selvaggi e abbandonati.

Per arrivarci bisogna abbandonare l’auto pochi chilometri dopo Croveo, subito dopo aver oltrepassato il ponte ad arco. Imbocchiamo la strada per Esigo (1140 m), attorniata da splendidi larici. Dopo aver superato le belle baite restaurate e la chiesetta continuiamo sulla strada poderale fino a un cartello metallico nei pressi dell’Alpe Agarù (1368 m), da cui si stacca il sentiero per Corte Brumei che, con un po’ di attenzione, si individua senza troppi problemi. Corte Brumei (1854 m) e Corte Cerino (1678) sono gli unici due alpeggi attorno alla conca di Brumei. Di corte Brumei rimangono pochi ruderi, pietre che parlano di un passato ormai perduto, di fatiche inedite e di lunghe solitudini. Questo è l’unico punto in cui può non essere facilissimo trovare il sentiero: dietro il rudere c’è un sasso con un segnale cai e da lì bisogna cercare con molta attenzione gli altri bolli (eventualmente scegliere un traccia che parte a sinistra del bollo che porta in un vago canale: all’inizio di questo, una freccia indica la direzione e riporta sul sentiero).  Si prosegue lungamente nella conca, tra prati e rododendri: il sentiero non è sempre evidente – incontriamo un vecchio abbeveratoio scavato in un tronco, unico segno dell’attività agricola che si svolgeva qui – ma a un certo punto il lago appare ed è la perfezione. Ci fermiamo ad ammirare il riflesso delle montagne – spiccano l’Arbola e il Cervandone – nel silenzio che solo la montagna sa regalare. Una piccola croce ricorda Borla Paolo P. di anni 14, annegato “in un’afosa giornata nel 1915” e sorprende quasi che un luogo come questo possa essere stato teatro di un fatto tanto drammatico.

Mi sento privilegiata ad essere arrivata fino a qui, questo lago è una perla preziosa che qualcuno ha voluto regalarmi. Scatto foto, ma so che le immagini sono inadeguate almeno tanto quanto le parole a rendere la magia di certi istanti, intensa e effimera come questo lago – la montagna è per certi versi un piacere poco comunicabile.

Dalle sponde del lago si vede  perfettamente il passo Deccia (2126 mt), che a questo punto dobbiamo risalire. Costeggiamo quindi lo specchio d’acqua a destra cercando sempre i bolli cai. Salendo, il lago cambia forma e colore, si trasforma in uno specchio a forma di cuore, incastonato nei larici. Lo abbandoniamo a malincuore e scendiamo il ripido sentiero che porta all’alpe Deccia, per buona parte decisamente sconnesso e scivoloso, nonché invaso dalla vegetazione quest’anno particolarmente rigogliosa. All’alpe Deccia ero stata per la prima volta quest’inverno, le baite pressoché sepolte dalla neve. Oggi è uno splendido spazio verde dove ci fermiamo a chiacchierare del tempo di questa matta estate con una signora, fuori dalla sua baita – e saràl’unico incontro di oggi. Ma la magia di questa giornata non finisce qui. Il sentiero che da Deccia riporta a Esigo si snoda tra boschi di larici che ricamano giochi di luce magici, due caprioli si rincorrono sui pendii e il sentiero è letteralmente disseminato di ottimi finferli che non esitiamo a raccogliere.

Sono queste le giornate che ti lasciano senza desideri, perché dopo aver fatto il pieno di bellezza non c’è quasi posto per altro. La Valle Antigorio è così, richiede un po’ di fatica, un guizzo di curiosità per farsi conquistare, ma poi è lei che ti conquista, forse per sempre.

 

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